Conoscere l’insegnamento attraverso il cervello. Prospettive di interazione tra neuroscienze e processi didattici dell’insegnante

Autori

  • Giancarlo Gola Pensamultimedia

DOI:

https://doi.org/10.7346/-fei-XVIII-02-20_06

Abstract

Nonostante la molteplicità di ricerche sull’apporto neuro-scientifico all’educazione, rari ancora sono gli studi che si sono occupati di comprendere il
processo di insegnamento e dell’insegnante secondo la prospettiva del teaching brain. Il cervello docente è un concetto che riflette la natura complessa,
dinamica e dipendente dal contesto del cervello che apprende. La complessità dell’insegnamento umano è simile all’elaborazione cerebrale nel sistema nervoso. Gli studi che si focalizzano sul cervello dell’insegnante mettono in rilievo come si possano elaborare informazioni centrate sulla relazione insegnante-studente, formando una teoria dinamica della cognizione in grado di influire sui processi di consapevolezza. Gli insegnanti possono quindi utilizzare questo modello per orientare pensieri ed azioni. Le ipotesi sottese è che studiando il cervello dell’insegnante si possa aiutare gli insegnanti nel  lavoro in classe con gli studenti. Partendo da una revisione della Giancarlo Gola Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) – giancarlo.gola@supsi.ch Giancarlo Gola 1. Introduzione Negli ultimi due decenni i ricercatori hanno acquisito tante informazioni su come il cervello  apprende favorendo, anche, la sviluppo di nuove discipline accademiche denominate a vario titolo e con posizioni teoriche a volte differenti o spesso intrecciate: educational neuroscience, mind, brain and education, neuroeducation, brain-based learning, brain education cognition. Il campo di studi della neurodidattica ha amplificato le conoscenze sui processi di apprendimento, focalizzando l’attenzione sul soggetto che apprende e le implicazioni per la  didattica – learning brain (Battro, 2007, 2010; Strauss, 2005; Fisher, 2009; Fisher, Daniel, 2009; Fisher et al., 2007; Goswami, 2004, Geake, 2009; Hinton, Fisher, 2008; Busso, Pollack, 2014; Immordino-Yang, 2013; Tibke, 2019; Willingham, 2017). I dati e le ricerche appoggiati dalle neuroscienze, che investono a diversi livelli le teorie e le pratiche dell’educazione, non sono nuove, a titolo esemplificativo: Berninger & Abbott, 1992; Iran-Nejad, Hidi e Wittrock, 1992; Jensen, 2005; Willingham, Llyod, 2007; Schwartz, 2015. Anche in Italia si avvia con un certo interesse questo sguardo tra neuroscienze ed educazione. La posizione delle studiose Frauenfelder e Santoianni, (2003) che con l’approccio della ricerca bioeducativa, della sinergia tra biologia ed educazione, sfociato poi nella prospettiva Brain Education Cognition contribuisce a consolidare sul piano teorico fondativo la ricerca neuroeducativa. Quasi contemporaneamente gli studi di Rivoltella (2012) accrescono il dibattito italiano sul tema e avviando un proficuo territorio di ricerca definito neurodidattica. L’idea, tuttavia, che le neuroscienze possano informare e potenzialmente influenzare l’educazione suscita controversie e dibattiti aperti. La rapidità con cui si è evoluta l’attenzione alle neuroscienze educative, alla relazione tra educazione e cervello, ha trovato e tuttora risente di cosiddetti neuromiti (Sousa, 2011; Geake, 2009) quali solo, ad esempio: la lateralizzazione del cervello, la plasticità cerebrale in relazione a specifici eventi critici, l’idea che l’apprendimento migliori o sia facilitato in condizioni di più elevata sinapsi, l’uso di una (Santoianni, 2019; Goswami, 2004), l’acquisizione di informazioni in relazione a specifici stili di apprendimento preferenziali (Howard-Jones, 2014). Meirieu (2018), ancora, sostiene che l’approccio neuroscientifico sarebbe in grado solo di visualizzare l’esistente attraverso l’attività celebrale e l’immagine della mente, ma 65 letteratura a livello internazionale sulle ricerche correlate al teaching brain, ci si sofferma sulle funzioni del cervello dell’insegnante e le implicazioni che può avere nella relazione di insegnamento-apprendimento e sulle pratiche didattiche. È uno “spazio” di riflessione e ricerca ancora poco esplorato che può favorire nuove istanze sulla didattica e sull’interazione nei processi  educativi, non dimenticando atteggiamenti precauzionali. 

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Pubblicato

2020-06-30

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Articoli