Dalla gestione del rischio alla pericolosità sociale: la responsabilità professionale degli operatori della salute mentale e i poteri reali del setting di cura
DOI:
https://doi.org/10.7347/RIC-022026-p85Abstract
La chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e l’assegnazione ai Dipartimenti di salute mentale della gestione delle misure di sicurezza hanno trasferito sul personale sanitario una funzione di controllo della violenza un tempo affidata al sistema penitenziario. Il contributo, di taglio clinico-criminologico e medico-legale, ripercorre il continuum dal Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) al territorio per sostenere una tesi: la responsabilità professionale dell’operatore va commisurata ai poteri reali di cui dispone in quel setting e in quel momento, non a poteri presunti a posteriori, una volta noto l’esito. Vengono esaminati la dimensione epidemiologica della violenza nei contesti psichiatrici; la sua duplice natura e il primato delle dimensioni di rischio sulla diagnosi categoriale; le potenzialità e i limiti degli strumenti di valutazione (giudizio professionale strutturato, strumenti attuariali, machine learning), con particolare attenzione al basso valore predittivo positivo e ai profili di equità algoritmica; la distinzione concettuale fra rischio clinico e pericolosità sociale; l’evoluzione della posizione di garanzia ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p.; la natura sistemica della sicurezza. Le conclusioni esplicitano quattro criticità di sistema, ossia il travaso del rischio clinico nella pericolosità giuridica, il trasferimento ai servizi di funzioni di custodia senza poteri corrispondenti, la divaricazione fra titolo giuridico e bisogno clinico, l’assenza di linee guida specifiche per setting, e ne traggono implicazioni di metodo in tre condizioni: ricostruzione ex ante della decisione, commisurazione degli obblighi ai poteri reali, giudizio sul processo decisionale documentato anziché sull’esito, intrinsecamente non garantibile
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