CALL FOR PAPER 1/2026 (cliccare per vedere il contenuto della call)

2026-02-10

Vulnerabilità delle masse e fragilità dell'io. Cura, educazione, pratiche formative per un apprendimento comunitario e inclusivo nell'epoca della disgregazione sociale

 

Curatrici/ori

Paola Aiello (Università di Salerno), Fabio Bocci (Università Roma Tre), Daniele Fedeli (Università di Udine), Catia Giaconi (Università di Macerata), Fausta Sabatano (Università di Salerno), Tamara Zappaterra (Università di Ferrara)


La tragedia di Crans-Montana si inserisce all’interno di una lunga serie di eventi disastrosi, ricollegandosi in modo particolare ad altri episodi in cui incendi scatenati dall’uso di fuochi pirotecnici ha scatenato il panico tra i presenti causando la morte di moltissime persone (basti ricordare la tragedia accaduta nel 2003 al nightclub The Station negli Stati Uniti, dove morirono oltre 100 persone o alla discoteca Kiss in Brasile, con oltre 230 vittime).

Si tratta di eventi che rientrano in quella che la letteratura internazionale definisce crowd disasters, legandosi da un lato alle dinamiche relazionali che si scatenano in situazioni di sovraffollamento (crowd dynamics) e, dall’altro, all’inadeguata gestione delle misure di sicurezza del luogo (safety engineering).

Il tragico evento di Crans-Montana e dei video diffusi in rete immediatamente dopo la tragedia pone tuttavia alla comunità sociale, in generale, e a quella del mondo adulto che assolve funzioni educative e formative, in particolare, ulteriori interrogativi, relativi al comportamento di molti/e ragazzi/e che, di fronte al divampare dell’incendio, hanno manifestato una condotta apparentemente inconsapevole del pericolo imminente, continuando a ballare, a cantare e a filmare quanto accaduto, invece di fuggire immediatamente cercando di mettersi in salvo.

Tali interrogativi, ancor più delle relative possibili risposte (soprattutto quelle immediate, frutto anche di un sentire comune di frustrazione e rabbia per la perdita di tante vite, soprattutto giovanissime), devono chiaramente tener conto di alcune premesse:

  1. in primo luogo, qualsiasi riflessione sui possibili fattori psicologici o pedagogici alla base di determinate condotte non può in alcun modo sminuire la responsabilità (morale e legale) di eventuali negligenze in chi doveva garantire l’agibilità e la sicurezza dei luoghi in cui sono avvenute tali tragedie, che resta un tema cruciale e che pertanto abbisogna della competenza degli organi preposti a vagliarne la messa in opera e l’attuazione;

  2. in secondo luogo, bisogna evitare qualsiasi rischio di colpevolizzazione dei ragazzi e delle ragazze coinvolte. Si tratta di un escamotage in realtà presente fin dall’antichità e consistente nel ritenere le nuove generazioni de-generate rispetto alle precedenti, prive di valori, ecc. Di volta in volta ragazzi e ragazze vengono individuati come fragili, aggressivi, superficiali, irrispettosi, videodipendenti, ecc. Come ha affermato Alberta Basaglia durante il Convegno Nazionale della Società Italiana di Pedagogia Speciale svoltosi presso l’Università di Udine il 13 e 14 giugno 2025, spesso rinchiudiamo i giovani dentro scatole di fragilità per non ascoltare quello che hanno da dire (vogliamo forse ascoltare giovani dipinti come fragili, aggressivi, superficiali, irrispettosi, videodipendenti, ecc.?);

  3. in terzo e ultimo luogo, è altrettanto fondamentale evitare spiegazioni semplicistiche, proprio per questo spesso attraenti e altrettanto sovente fallaci. Ad esempio, attribuire la colpa all’uso degli smartphone, all’alcool e alle sostanze (quindi allo sballo) o ad altri dispositivi ritenuti tipici dei/nei giovani. Sicuramente, si tratta di variabili che possono contribuire all’emergere di condotte sregolate (in base a modelli cumulativi del rischio oggi molto accreditati in ambito scientifico) ma non bastano a spiegare la generalità di tali comportamenti (a meno di non ipotizzare una generale dipendenza dallo smartphone o dall’alcool in tutti i giovani, cosa assolutamente non avvalorata dai dati, se parliamo di reale dipendenza o non di semplice utilizzo, anche se eccessivo, di determinati strumenti). Tali spiegazioni rischiano di essere molto rassicuranti e assolutorie per il mondo adulto (in particolare per chi ha funzioni educative): la colpa di certi eventi non sarebbe quindi nostra e dei modelli educativi e culturali che adottiamo a scuola, in famiglia o nella società. La colpa sarebbe invece di un fattore esterno (lo smartphone, l’alcool, ecc.) che purtroppo è fuori dal nostro controllo.

Fatte tali premesse (che devono rappresentare anche dei margini del campo di riflessioni da attivare), gli eventi di Crans-Montana devono portarci a problematizzare le spiegazioni, a renderle più complesse nel senso etimologico del termine (da cum ossia insieme e plectere ossia annodare, intrecciare): mettere insieme più variabili, riflettere sulle loro interazioni reciproche, dai fattori micro a quelli macro, dalle dimensioni individuali (bio e psicologiche) a quelle sociali (pedagogiche, culturali, politiche, ecc.), in base a un modello bio-psico-sociale che può e deve essere la lente attraverso cui leggere determinati eventi, soprattutto per scardinare il ricorso all’attribuzione delle colpe, per approdare a una lettura laica (quindi scevra di pregiudizi) delle variabili in gioco nei contesti e nelle situazioni oggetto di analisi e approfondimento. Insomma per uscire dalla cultura delle colpe e dare voce alla cultura delle responsabilità.

Come è possibile allora comprendere i comportamenti emessi da ragazzi e ragazze nei momenti in cui divampava l’incendio nel locale di Crans-Montana e, più in generale, in tutte quelle tragedie avvenute in situazioni di affollamento (crowd disasters)? E per estensione – e senza limitarci a questo tragico evento – come possiamo comprendere meglio il fenomeno a cui stiamo assistendo (e non da oggi) e che qui abbiamo voluto essenzializzare con la locuzione vulnerabilità delle masse e fragilità dell'io?

Senza alcuna pretesa di rispondere a tale/i quesito/i, lasciandoci guidare dall’intento ermeneutico di comprendere per agire consapevolmente e abbandonando quello del semplice spiegare, ritenendo di essere in possesso di verità.

La fragilità dell’Io, ad esempio, può essere indagata attraverso alcune piste interpretative.

Ad esempio è lecito chiedersi se non siamo in presenza di un décalage diffuso delle funzioni esecutive nelle nuove generazioni. Osservando certi fenomeni (come quello del non fuggire dinanzi a quello che generalmente si segnala come una fonte di pericolo) è possibile chiedersi se non vi sia una disfunzione di quelle funzioni complesse, quali la pianificazione, l’inibizione, mediate in gran parte dalle aree prefrontali e dai network fronto-sottocorticali del cervello. Al tempo stesso, però, stando anche ai dati della letteratura scientifica, è difficile immaginare che tali disfunzioni siano così sovra-rappresentate nella popolazione giovanile (pensiamo appunto allo specifico evento di Cras-Montana). È maggiormente plausibile, allora ipotizzare e indagare l’interazione tra le dimensioni bio-psico (il livello di maturazione delle aree prefrontali e lo sviluppo delle funzioni esecutive) e le dimensioni sociali (il tipo di supporto e di stimolazione che il contesto educativo fornisce allo sviluppo di tali funzioni). In tal senso sarebbe opportuno chiedersi: in che misura i modelli pedagogici e didattici oggi prevalenti stimolano lo sviluppo di quelle funzioni esecutive (inibizione, pianificazione, generatività, memoria di lavoro, ecc.) che favorirebbero nei ragazzi una maggiore capacità previsionale? Quanto atteso dal mondo adulto nel comportamento giovanile, corrisponde a quanto lo stesso mondo adulto mette a disposizione e sostiene nelle sue pratiche educative e formative?

E ancora: quale rapporto lega eventuali fattori di disregolazione emotiva (ripensando, appunto, ai video girati dagli stessi ragazzi nel locale Le Constellation la notte di Capodanno 2025) e i modelli socio-educativi. Anche qui è possibile una duplice lettura: possiamo ipotizzare una sorta di immaturità emotiva da parte dei giovani di oggi ma, al tempo stesso, possiamo anche cercare di rilevare se e in che misura i contesti educativi e formativi rappresentino attualmente quella palestra adeguata a far acquisire, sviluppare ed esercitare componenti emotive più mature e autoregolate. Un esempio cogente è il richiamo alla Legge 22 del 19 febbraio 2025 parla di competenze non cognitive e trasversali, come se le competenze emotive (dall’autoconsapevolezza alla regolazione) siano definibili solo in negativo, rispetto a una supremazia del cognitivo, considerato quasi come unico obiettivo e parametro dell’intervento educativo.

Un terzo livello di analisi può riguardare il rapporto tra ricerca di identità e modelli sociali. La critica diffusa ai giovani e giovanissimi rispetto alla manifestazione di comportamenti di dipendenza dai dispositivi digitali e dai social (esisto in quanto appaio, quindi mi riprendo mentre rischio la vita) andrebbe collocata in uno sfondo più ampio, in quanto è difficile, se non impossibile, scindere i comportamenti individuali dai modelli sociali ed economici che fondano il riconoscimento individuale su pratiche di affermazione individualistica dell’Io, con un invischiamento tra soggettività individuale e sociale che nulla a che vedere con i modelli comunitari di società e molto con quelli economicisti e finanziari del nostro tempo e che, peraltro, non riguarda certamente solo i più giovani.

In effetti, a queste fragilità dell’Io, corrisponde sempre più una vulnerabilità delle masse, che nel tempo sono state progressivamente defraudate di qualsiasi tensione ideale e impegno politico finalizzati alla possibile costruzione di un mondo più giusto, equo, solidale, sostenibile e inclusivo. È venuta meno la speranza di poter essere parte attiva di quel cambiamento che si vuole vedere realizzato nel mondo e si è affermata l’epoca delle passioni tristi di cui parlano Benasayag e Schmit riferendosi a Spinoza, che è poi anche l’epoca della paura liquida di Zygmunt Bauman. È infatti questa l’epoca in sui sembra essersi persa quella capacità umana di trovare uno scopo e una responsabilità personale in ogni circostanza, persino nella sofferenza estrema, come affermato da Viktor Frankl. L’epoca nella quale si cerca di sortire dai problemi e dal disagio rifugiandosi nel privato o, nel rovescio della stessa medaglia, annullandosi in un pubblico, che rappresenta oggi tante cose, tranne quello dell’essere autentica comunità (Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia, come scrivevano i ragazzi di Barbiana con il loro don Lorenzo).

Di fronte a questi scenari, la call vuole invitare a un ulteriore approfondimento delle questioni qui appena delineate così come a una riflessione sui dispositivi e sulle pratiche educative e formative che favoriscano modalità di apprendimento comunitario e inclusivo, tali da permettere a bambine e bambini, ragazze e ragazzi ma anche a giovani adulti/e, di costruire significati personali (e al tempo stesso collettivi) nei propri percorsi di vita. Si tratta di interrogarsi su quanto le agenzie educative e formative (famiglia, scuola, università, gruppi, associazioni e altri differenti corpi sociali e politici che innervano la nostra comunità) siano oggi in grado di corrispondere alla profonda esigenza di trasformare il sistema educativo-formativo, dal basso così come dall’alto, promuovendo in modo sostanziale e non solo formale percorsi di sviluppo evolutivo significativi per le attuali e future generazioni, accompagnando la fondamentale azione finalizzata all’acquisizione delle conoscenze (dimensione culturale-disciplinare) con un altrettanto fondamentale azione finalizzata a favorire e ad accompagnare i processi di autodeterminazione e di autorealizzazione di chi cresce, senza operare distinzioni gerarchiche ma facendo leva sulla interazione sinergica tra tutte queste componenti.

 

Sono attese e accolte in questo numero riflessioni teoriche, revisioni sistematiche, meta-analisi, ricerche qualitative e quantitative, buone prassi, esperienze sul campo e altri contributi che possano esplorare e offrire possibili ambiti di analisi.

I contributi, in forma di saggio della lunghezza di 30.000 caratteri (spazi compresi), dovranno pervenire alla redazione della rivista entro il 31 marzo 2026 tramite il sito: https://ojs.pensamultimedia.it/index.php/sipes .

Per la sottomissione, il contributo, pena la sua non accettazione, dovrà rispettare le seguenti indicazioni.

Per ciascun contributo proposto vanno caricati due file.

Il primo file va salvato con il cognome del/della proponente-autore/ice corrispondente seguito dalla dizione “Copertina” (quindi: Cognome_Copertina) e deve contenere:

  • titolo in italiano e in inglese

  • abstract in italiano e inglese

  • parole chiave (min 3, max 5, in italiano e in inglese)

  • nome e cognome dell’autore/ice o, in caso di più autori/ici, di tutti i/le co-autori/ici

  • per ciascun autore/ice: ruolo, affiliazione e mail

 

Il secondo file va salvato con il cognome del/della proponente-autore/ice corrispondente seguito dalla dizione “Articolo Call 1_2026” (quindi: Cognome_ Articolo Call 1_2026) e deve contenere:

  • titolo in italiano e in inglese

  • abstract in italiano e inglese

  • parole chiave (min 3, max 5, in italiano e in inglese)

  • il testo dell’articolo (max 30.00 caratteri bibliografia inclusa) mondato di tutti i riferimenti espliciti a autori e autrici

Nel caso di contributi Fuori Call, valgono le medesime regole. Nella fattispecie il secondo file va nominato in questo modo: Cognome_ Articolo Fuori Call 1_2026.

N.B. per tutti (Call e fuori Call): nel caso vi siano più autori/ici va fornita l’indicazione del nome, del cognome e la mail del Corresponding Author

I contributi saranno valutati con un processo di peer reviewing in modalità double blind.

Scadenze:
Sottomissione proposte (https://ojs.pensamultimedia.it/index.php/sipes): 31 marzo 2026

Pubblicazione: giugno 2026