Formazione & insegnamento, 24(02), 9131

The Field as an Analytical Device for Unaccompanied Foreign Minors: Capital, Habitus, and Symbolic Violence in Reception Processes in Italy

Il campo come dispositivo analitico per i Minori Stranieri Non Accompagnati: Capitale, habitus e violenza simbolica nei processi di accoglienza in Italia

ABSTRACT

This article offers a theoretical re-reading of the social trajectories of Unaccompanied Foreign Minors (UFMs) in Italy through Pierre Bourdieu’s field theory, in dialogue with the Foucauldian analysis of dispositifs. It is not an original empirical study: it reworks evidence already produced—chiefly a constructivist Grounded Theory—together with institutional and statistical sources. It argues that field, capital and habitus offer a tool for moving beyond the individualizing readings that prevail in institutional discourse, shifting attention from individual vulnerabilities to the structures that produce them. UFMs operate in heterogeneous fields—juridical-institutional, educational, residential, informal networks—and in a transnational field, each with its own logics of capital recognition. The hysteresis of habitus is read as a structural knot; symbolic violence as systemic misrecognition. The analysis yields pedagogical implications centred on the recognition of embodied capital and on training practitioners as agents of symbolic capital.

Il contributo propone una rilettura teorica delle traiettorie dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) in Italia attraverso la teoria dei campi di Pierre Bourdieu, in dialogo con l’analisi foucaultiana dei dispositivi. Non è una ricerca empirica originale: rielabora concettualmente evidenze già prodotte – in particolare una Grounded Theory costruttivista – e fonti statistico-istituzionali. Si argomenta che campo, capitale e habitus offrano uno strumento per superare le letture individualizzanti prevalenti, spostando l’attenzione dalle vulnerabilità individuali alle strutture che le producono. I MSNA operano in campi eterogenei – giuridico-istituzionale, scolastico-formativo, residenziale, delle reti informali – e in un campo transnazionale, ciascuno con proprie logiche di riconoscimento del capitale. L’isteresi dell’habitus è letta come nodo strutturale; la violenza simbolica come misconoscimento sistemico. Ne discendono implicazioni pedagogiche centrate sul riconoscimento dei capitali incorporati e sulla formazione degli operatori come agenti di capitale simbolico.

KEYWORDS

Unaccompanied Foreign Minors, Field theory, Habitus, Symbolic violence, Recognition, Cultural capital

Minori Stranieri Non Accompagnati, Teoria dei campi, Habitus, Violenza simbolica, Riconoscimento, Capitale culturale

CONFLICTS OF INTEREST

The Author declares no conflicts of interest.

RECEIVED

April 23, 2026

ACCEPTED

July 14, 2026

PUBLISHED ON-LINE

July 22, 2026

1. Introduzione

1.1. Contesto e rilevanza del problema

Negli ultimi due decenni il fenomeno dei Minori Stranieri Non Accompagnati (d’ora in poi MSNA) ha assunto una rilevanza crescente nell’agenda politica, istituzionale e scientifica europea e italiana. Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS, 2024), al 30 giugno 2024 risultavano presenti sul territorio italiano circa 20.000 MSNA censiti, con un dato medio annuo costantemente superiore a tale soglia e una composizione per nazionalità in progressiva diversificazione – egiziana, tunisina, ucraina, pakistana, afghana – che riflette le mutevoli rotte migratorie globali. Si tratta di soggetti giuridicamente definiti dalla normativa italiana (DLgs 142/2015; L 47/2017, c.d. Legge Zampa) come minori di età privi di rappresentanza legale sul territorio nazionale, in quanto separati da entrambi i genitori o da ogni altro adulto legalmente responsabile della loro cura.

Nonostante la crescente attenzione normativa, la produzione scientifica sul tema presenta ancora significative lacune sul piano teorico. La prevalenza di approcci descrittivi, giuridici o clinico-psicologici ha contribuito a costruire una rappresentazione dei MSNA centrata sulla vulnerabilità individuale, sul trauma, sulla fragilità – una lettura che, pur cogliendo dimensioni reali dell’esperienza migratoria, rischia di oscurare le strutture sociali entro cui tali esperienze si producono e si riproducono (Migliorini et al., 2022; Rodriguez & Dobler, 2021). L’effetto non è neutro: orienta le pratiche istituzionali verso interventi riparativi e compensatori, trascurando le condizioni strutturali di produzione della marginalizzazione. È in questo quadro che il presente lavoro propone di assumere la teoria sociologica dei campi di Pierre Bourdieu come dispositivo analitico alternativo, capace di spostare l’unità di analisi dal soggetto-minore alle strutture oggettive dei campi entro cui egli si trova ad agire.

1.2. Stato dell’arte e limiti della letteratura esistente

La letteratura internazionale sui MSNA si è sviluppata lungo tre direttrici principali. Una prima linea, di matrice clinica e psicologica, ha analizzato le conseguenze psicopatologiche dell’esperienza migratoria – disturbo post-traumatico, depressione, disturbi dell’adattamento (Migliorini et al., 2022; Rodriguez & Dobler, 2021; Vervliet et al., 2014) – e, in chiave critica, le impasse cliniche, politiche ed educative della presa in carico (Giannica & Inticher Binkowski, 2022). Una seconda direttrice, giuridico-normativa, ha valutato i sistemi di accoglienza e protezione rispetto agli standard sui diritti dell’infanzia, evidenziando tensioni crescenti tra garanzie formali e applicazione concreta (Braaten & Braaten, 2021; Gimeno-Monterde et al., 2021; United Nations High Commissioner for Refugees & United Nations Children’s Fund, 2014) e interrogando il grado in cui politiche e pratiche rispondano effettivamente ai bisogni dei minori (Melendro & Gómez-Aparicio, 2023). Una terza prospettiva, sociologica ed etnografica, ha indagato le pratiche quotidiane e le forme di agency che i MSNA esprimono nonostante i forti vincoli strutturali (Pescaroma et al., 2021; Vissing & Leitão, 2021; Wernesjö, 2012), riconoscendo anche le risorse di resilienza e i percorsi di integrazione sociale (Muscarà et al., 2021).

Negli ultimi anni si è consolidato un quarto filone – ancora minoritario ma in crescita – che legge i sistemi di accoglienza come dispositivi che producono esclusione strutturale nonostante le promesse di inclusione. Le discrepanze tra aspettative normative e realtà nei percorsi formativi sono state documentate da Caravita e Valente (2021); le sfide del lavoro sociale in condizioni di doppio vincolo istituzionale da Barn et al. (2021); i meccanismi di esclusione burocratica e digitale da Salerno (2026b). In ambito italiano, attraverso una Grounded Theory costruttivista condotta in comunità di accoglienza del Nord-Est, è stato documentato come il sistema operi come un dispositivo foucaultiano di esclusione mascherata, in cui i diritti formalmente garantiti risultano sistematicamente inaccessibili nella pratica (Salerno, 2024). La pedagogia interculturale italiana, dal canto suo, ha posto da tempo al centro del compito educativo il passaggio dallo statuto di cittadino non per assimilazione ma per riconoscimento delle differenze (Portera, 2020; Santerini, 2017).

In assenza di strumenti capaci di rendere conto della dimensione strutturale della disuguaglianza, le politiche di accoglienza tendono a riprodurre ciò che Bourdieu e Passeron (1970) definivano violenza simbolica: l’imposizione di schemi di valutazione che appaiono neutrali e universali, ma che in realtà penalizzano sistematicamente coloro che accedono al campo con capitali non riconoscibili secondo i criteri vigenti (Erel, 2010; Nohl et al., 2014).

1.3. Obiettivi e domande di ricerca

Il contributo persegue tre obiettivi. In primo luogo, elaborare un’applicazione sistematica della triade concettuale bourdieusiana – campo, habitus, capitale – alla condizione specifica dei MSNA in Italia. In secondo luogo, analizzare i meccanismi attraverso cui i capitali dei MSNA vengono selettivamente riconosciuti, svalutati o negati nei diversi campi. In terzo luogo, derivare le implicazioni di tale lettura per la ricerca e, soprattutto, per le pratiche educative e per la formazione degli operatori.

Queste finalità si traducono in tre domande: (a) Quali campi strutturano l’esperienza sociale dei MSNA in Italia e con quali logiche specifiche? (b) Come opera l’isteresi dell’habitus nella transizione tra i contesti di origine e i campi di arrivo? (c) In quali forme si manifesta la violenza simbolica nelle pratiche istituzionali di accoglienza e tutela, e quali pratiche educative possono contrastarla?

1.4. Struttura del contributo

La sezione 2 presenta il quadro teorico, includendo un chiarimento dello statuto epistemologico del rapporto campo/dispositivo. La sezione 3 esplicita la natura teorico-concettuale del lavoro e le sue fonti. La sezione 4 descrive i campi dell’accoglienza. La sezione 5 sviluppa tre tesi interpretative. La sezione 6 conclude con le implicazioni pedagogiche e di policy.

2. Quadro teorico

2.1. La sociologia disposizionale di Bourdieu: presupposti epistemologici

La teoria di Pierre Bourdieu costituisce uno dei tentativi più sistematici di superare le antinomie classiche del pensiero sociale novecentesco: oggettivismo e soggettivismo, struttura e agency, determinismo e volontarismo (Bourdieu, 1980; 1994). Il suo progetto – che egli definisce “strutturalismo genetico” – mira a rendere conto simultaneamente delle strutture oggettive che condizionano le pratiche e delle disposizioni soggettive attraverso cui gli agenti percepiscono, valutano e agiscono. Tale ambizione poggia su una rigorosa vigilanza epistemologica, sulla “rottura” con le prenozioni del senso comune teorizzata in Le métier de sociologue (Bourdieu et al., 1968): le categorie con cui si descrive il mondo sociale sono esse stesse poste sociali, mai strumenti neutri. Le strutture sociali esistono così contemporaneamente fuori di noi, come distribuzioni oggettive di risorse e posizioni, e dentro di noi, come schemi incorporati di percezione e azione (Bourdieu & Wacquant, 1992). Tre concetti ne articolano il cuore – il campo, il capitale e l’habitus – a cui si aggiunge la violenza simbolica.

2.2 Il campo e il campo sociale transnazionale

Il campo è uno spazio sociale relativamente autonomo, strutturato da relazioni di forza tra posizioni occupate da agenti o istituzioni, regolato da logiche proprie e da una specifica posta in gioco (enjeu) attorno a cui si organizza la competizione interna (Bourdieu, 1992; 1994). Ogni campo possiede una propria illusio: un insieme di presupposti taciti che gli agenti incorporati riconoscono come ovvi. Chi detiene i capitali pertinenti occupa posizioni dominanti; chi ne è privo, posizioni dominate. Applicato ai MSNA, il concetto sposta l’attenzione dalle traiettorie individuali alle strutture entro cui il soggetto è inserito: essi operano simultaneamente in campi parzialmente sovrapposti e in tensione – giuridico-istituzionale, residenziale, scolastico-formativo e delle reti informali – rispetto a ciascuno dei quali si trovano tipicamente in posizione di forte svantaggio.

La nozione bourdieusiana di campo tende però a presupporre confini nazionali o istituzionali definiti. Gli studi sulle migrazioni hanno mostrato che gli agenti migranti agiscono entro campi sociali transnazionali che attraversano simultaneamente società di origine e di arrivo (Levitt & Glick Schiller, 2004). Per i MSNA questo livello è decisivo: le posizioni occupate nei campi italiani sono costantemente tensionate dalla forza di un campo transnazionale in cui pesano le aspettative familiari, i progetti collettivi e gli obblighi verso chi è rimasto. Integrare i due piani consente di leggere il “debito migratorio” non come motivazione psicologica individuale, ma come effetto di posizione entro un campo che eccede i confini nazionali – un punto a cui si tornerà analizzando le reti informali.

Non tutti questi spazi hanno lo stesso grado di autonomia, e la qualità di campo va riconosciuta verificando che ciascuno presenti i tratti costitutivi del concetto: una posta in gioco, un capitale il cui valore è definito al suo interno, posizioni gerarchizzate e una relativa autonomia (Bourdieu, 1994). Se ciò è evidente per il campo giuridico-istituzionale e per quello scolastico-formativo, oggetti classici dell’analisi bourdieusiana, lo stesso criterio vale – purché se ne espliciti la specificità – anche per gli altri due. Il campo residenziale ha per posta la sicurezza abitativa e un capitale insieme abitativo, reputazionale e burocratico; il campo delle reti informali ha per posta l’accesso a lavoro, alloggio e documenti e un capitale specifico – fiducia, reputazione, informazione, lingua – il cui valore vige entro la rete e non al di fuori (Erel, 2010). In entrambi la posizione occupata conta più del singolo legame, e ciò li distingue da una semplice rete di relazioni. Statuto a parte ha il campo transnazionale (Levitt & Glick Schiller, 2004), che estende la nozione oltre i confini nazionali.

2.3. Il capitale e le sue forme

Il capitale designa qualsiasi risorsa – materiale o simbolica – che, in un determinato campo, conferisce potere e capacità di accumulazione (Bourdieu, 1986). Bourdieu distingue quattro forme fondamentali, convertibili seppure a condizioni mai automatiche. Il capitale economico, quasi integralmente assente per i MSNA all’arrivo. Il capitale culturale, articolato in incorporato (disposizioni acquisite tramite socializzazione), oggettivato (libri, strumenti) e istituzionalizzato (titoli): i MSNA possono possedere forme significative di capitale incorporato – plurilinguismo, competenze pratiche, autonomia precoce – ma raramente dispongono di quello istituzionalizzato riconoscibile nel contesto italiano. Il capitale sociale, ossia le risorse derivanti da reti di relazioni: i MSNA dispongono di reti etniche informali ma sono esclusi dalle reti autoctone che danno accesso ai campi dominanti. Il capitale simbolico – riconoscimento e prestigio – è strutturalmente limitato dall’irregolarità giuridica, dalla minore età e dalla stigmatizzazione mediatica. Proprio l’analisi della distinzione mostra come la gerarchia dei capitali non sia tecnica ma sociale: ciò che vale come “cultura legittima” è il prodotto di rapporti di forza (Bourdieu, 1979). Il nodo cruciale è la non-convertibilità dei capitali tra campi: una delle principali fonti di disuguaglianza per i MSNA (Erel, 2010).

2.4. L’habitus e il problema dell’isteresi

L’habitus designa un sistema di disposizioni durature e trasponibili – schemi di percezione, valutazione e azione – incorporate attraverso la socializzazione e operanti al di sotto della soglia della coscienza riflessiva (Bourdieu, 1980). È un “senso pratico” che permette di agire in modo pertinente nelle situazioni familiari senza calcolo esplicito: “storia fatta corpo”. L’isteresi dell’habitus designa la situazione in cui l’habitus, formato in un campo, si trova a operare in un campo con strutture non corrispondenti alle disposizioni incorporate: ciò che era pertinente diventa irrilevante o controproducente. Per i MSNA è condizione strutturale e prolungata, complicata dall’incompletezza di una socializzazione primaria interrotta dalla migrazione e dalla compressione temporale imposta dal sistema giuridico. Alcune disposizioni formate nell’habitus di origine – tolleranza dell’incertezza, flessibilità adattiva, competenza interculturale – sono risorse preziose che i campi autoctoni non riconoscono perché non corrispondono alle forme di capitale da essi valorizzate.

2.5. La violenza simbolica nelle pratiche di accoglienza

La violenza simbolica designa una forma di dominio che si esercita attraverso l’imposizione di schemi di percezione e valutazione che i dominati finiscono per condividere con i dominanti, contribuendo così alla propria sottomissione (Bourdieu, 1998; Bourdieu & Passeron, 1970). È tanto più efficace quanto più opera attraverso l’evidenza, ciò che appare naturale e universale. Nelle pratiche di accoglienza essa assume, nel contesto italiano, la forma concreta di quella che si è proposto di chiamare violenza amministrativa (Salerno, 2024): l’insieme di prassi burocratiche che, presentandosi come neutre, producono esclusione reale. Riconoscerla non implica attribuire intenzionalità negativa agli operatori, strutturalmente intrappolati tra logiche istituzionali incompatibili – una condizione che ha la forma del doppio vincolo (Bateson, 1972) tipica della street-level bureaucracy (Lipsky, 1980).

2.6. Lo statuto epistemologico del rapporto campo/dispositivo

L’uso congiunto di Bourdieu e Foucault richiede di esplicitarne lo statuto epistemologico, per evitare una mera giustapposizione. I due concetti operano a livelli distinti ma complementari. Il campo (Bourdieu) descrive la struttura relazionale oggettiva e la distribuzione dei capitali: indica dove si situano le posizioni e secondo quali rapporti di forza. Il dispositivo (Foucault, 1975; Palma, 2022) descrive le tecnologie concrete – procedure, classificazioni, scritture, sistemi informativi – attraverso cui il potere produce soggettività: indica come la logica di un campo viene messa in opera e naturalizzata nelle pratiche quotidiane.

La cerniera tra i due piani è la violenza simbolica. Per esempio, nel campo giuridico-istituzionale il dispositivo della determinazione dell’età (attraverso protocolli biomedici) opera come meccanismo concreto che misconosce il capitale culturale e l’habitus di autonomia del minore, producendo una soggettività “in sospeso” (Salerno, 2024). Analizzare i dispositivi rende quindi osservabile, al microlivello delle prassi burocratiche, ciò che la teoria dei campi coglie al macrolivello delle strutture di potere.

3. Statuto del contributo e nota metodologica

Questo lavoro è un contributo teorico-concettuale: una presentazione e una verifica critica di un quadro interpretativo, non una nuova ricerca empirica. La distinzione è rilevante perché ciò che segue non intende dimostrare relazioni causali né produrre nuovi dati, ma proporre e mettere alla prova uno strumento di lettura. La sua plausibilità va valutata sul piano della coerenza interna e della capacità di rendere intelligibili fenomeni già documentati.

Il framework viene applicato a due tipi di materiale già disponibile. Il primo è l’evidenza empirica prodotta altrove, in particolare nella Grounded Theory costruttivista condotta dall’autore in comunità di accoglienza del Nord-Est italiano (Salerno, 2024), insieme a contributi della letteratura internazionale (Brossard Børhaug & Weyringer, 2019; Katartzi, 2021; Langat et al., 2019). Il secondo è costituito da fonti statistico-istituzionali – i rapporti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS, 2024), i dati e gli studi della Fondazione ISMU (Santagati et al., 2024), l’Asylum Report 2024 dell’European Union Agency for Asylum (EUAA, 2024) – e da documentazione tecnico-amministrativa (linee guida ministeriali; sistemi informativi come SIDI e SIM), assunti come tracce del funzionamento dei dispositivi di campo.

Sul piano della riflessività, l’analisi richiede una costante vigilanza epistemologica (Bourdieu et al., 1968) per non riprodurre, nel discorso teorico, le medesime categorie escludenti che si criticano. Un limite va dichiarato: la voce diretta dei minori non è qui rappresentata – essa appartiene al lavoro empirico – e la lettura strutturale va perciò integrata, in ricerche successive, con metodologie capaci di restituire le prospettive dei soggetti.

Una notazione riflessiva si impone proprio in ragione di questa scelta di fonti. La base empirica qui rielaborata è stata prodotta da un ricercatore che occupava, nel campo analizzato, una posizione strutturalmente dominante – fondatore e responsabile pedagogico di una struttura, e dunque, in senso bourdieusiano, anche portavoce dell’istituzione, esposto all’”effetto oracolo”. Tale posizione ha reso possibile l’accesso ai dati e, nello stesso movimento, ne ha condizionato l’angolo: la rilettura teorica qui proposta ne eredita il limite. La piena objectivation participante della posizione del ricercatore (Bourdieu, 2003) è svolta nella sede empirica (Salerno, 2024); qui se ne dichiara almeno l’effetto sul peso delle tesi.

4. I campi dell’accoglienza: strutture, logiche e dispositivi

4.1. Il campo giuridico-istituzionale: dispositivi di potere e intersezionalità

Il campo giuridico-istituzionale non è solo uno spazio di classificazione burocratica, ma un dispositivo che produce soggettività attraverso tecnologie di controllo (Salerno, 2024). Il MSNA vi è posizionato come “soggetto tutelato” la cui identità è frammentata in categorie che spesso non comunicano tra loro, generando una violenza amministrativa che si manifesta nel “rimpallo” di responsabilità tra uffici. Un momento critico è la determinazione dell’età: la letteratura evidenzia i limiti di una precisione biomedica assoluta e la necessità di protocolli rispettosi dei diritti umani e di natura multidisciplinare (Aynsley-Green et al., 2012; Schmeling et al., 2011; Severino, 2023).

La posizione nel campo non dipende da un unico asse, ma dall’intreccio di più assi di differenziazione, secondo la logica dell’intersezionalità (Crenshaw, 1991). I dati ministeriali mostrano un campo marcatamente maschile (circa l’88%); la componente femminile (circa il 12%) presenta una specificità etnica netta, essendo composta per oltre il 78% da minori di nazionalità ucraina (MLPS, 2024). Età, genere e nazionalità non si sommano ma si combinano: una minore ucraina e un minore egiziano non occupano la stessa posizione nell’economia del capitale simbolico della protezione, poiché accedono a canali differenti e diversamente stigmatizzanti (Salerno, 2026b). Leggere queste asimmetrie in chiave intersezionale rende visibile come il riconoscimento del capitale sia distribuito in modo strutturalmente diseguale, e conferma la necessità di monitorare le capacità operative dei sistemi di asilo perché i diritti formali non diventino inesigibili (EUAA, 2024; Kilkelly et al., 2019; Melendro & Gómez-Aparicio, 2023).

4.2. Il campo residenziale: tra cura educativa e normalizzazione burocratica

Il campo dell’accoglienza residenziale opera secondo una logica di normalizzazione dei ritmi di vita che riflette l’habitus dominante della società ospitante (Palma, 2022). Le strutture di prima accoglienza ed emergenziali agiscono talvolta come dispositivi di contenimento più che di emancipazione, dove la cura è sostituita da una gestione burocratica che ignora la complessità dell’habitus pregresso. La tensione costitutiva del campo – tra mandato educativo e mandato di protezione/controllo – è ben documentata negli studi sull’accoglienza in istituzione (Dambuyant-Wargny, 2021), che interrogano anche la promessa, spesso disattesa, di trattare questi adolescenti come “giovani come gli altri” (Perrin, 2021). I ritardi sistematici nell’emissione dei decreti di affidamento disabilitano l’habitus di autonomia del minore, forzandolo in una dipendenza che alimenta impasse cliniche e istituzionali (Giannica & Inticher Binkowski, 2022; Salinaro, 2021). Questa “invisibilità giuridica”, proprio in vista dei diciotto anni, trasforma l’accoglienza in un limbo che neutralizza il potenziale di trasformazione del soggetto (Salerno, 2026a).

4.3. Il campo scolastico-formativo: il misconoscimento del capitale culturale

È il campo decisivo per la posta in gioco pedagogica, perché è qui che i capitali vengono riconosciuti o negati. Il capitale culturale incorporato dei minori – tra cui un plurilinguismo diffuso e competenze pratiche maturate precocemente – viene sistematicamente misconosciuto in favore di un habitus scolastico autoctono assunto come unico standard legittimo (Santagati et al., 2024). Si configura una forma di “apartheid educativo” strutturale (Salerno, 2024), alimentata da barriere tecniche: disallineamenti anagrafici, codici fiscali provvisori o irregolari e criticità nella documentazione di soggiorno possono, nelle prassi osservate, ostacolare l’allineamento dei dati nel Sistema Informativo dell’Istruzione (SIDI), descritto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM, n.d.), determinando ritardi nell’accesso ai percorsi formativi (Salerno, 2024, 2026b). In questo vuoto, l’accesso effettivo all’istruzione dipende spesso dalla supplenza del volontariato (Cadiou & Mothes, 2023), che compensa le carenze istituzionali ma non le rimuove. Tali criticità si pongono inoltre in tensione con le specifiche indicazioni ministeriali sul diritto allo studio delle alunne e degli alunni fuori dalla famiglia di origine (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, & Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, 2017).

Il dato ISMU (Santagati et al., 2024), secondo cui solo un minore su cinque consegue un esito scolastico positivo, va letto in chiave strutturale e non individuale: riflette variabili quali l’età avanzata all’arrivo – oltre il 75% ha 16 o 17 anni (rispettivamente il 23,75% e il 52,15%) – i bassi livelli di alfabetizzazione pregressa e i tempi di permanenza ridotti prima della maggiore età (Quadranti, 2021; Salerno, 2025). Il sistema produce così percorsi segregati – corsi professionalizzanti brevi, programma GOL (DM 5 novembre 2021, 2021) – che, pur nati per favorire l’integrazione, finiscono per cristallizzare l’isteresi dell’habitus, indirizzando i MSNA verso settori lavorativi marginali, in contrasto con l’orizzonte interculturale dichiarato dalle linee guida ministeriali (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, 2014; Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale, 2022) e con la prospettiva della pedagogia interculturale (Portera, 2020).

4.4. Il campo delle reti informali e la forza del campo transnazionale

Le reti informali non vanno intese come spazi di devianza né come semplice tessuto di legami, ma come un campo dotato di capitale proprio – fiducia, reputazione, informazione, lingua – e di posizioni gerarchizzate (mediatori e broker contro nuovi arrivati), entro cui i MSNA esercitano la propria agency e negoziano la propria posizione (Katartzi, 2021; Langat et al., 2019; Salerno, 2026a). L’allontanamento volontario dalle strutture o l’inserimento nel lavoro informale non sono scelte “irrazionali”, ma risposte strategiche a promesse istituzionali infrante. Qui agisce con forza il campo sociale transnazionale (Levitt & Glick Schiller, 2004): il minore opera per onorare il “debito migratorio” verso la famiglia, che rimane una “presenza mediata” costante nelle sue decisioni (Brossard Børhaug & Weyringer, 2019), nella condizione di “doppia assenza” descritta da Sayad (2002). In assenza di un riconoscimento reale del proprio capitale nei campi istituzionali, il minore trasforma le reti etniche nell’unica risorsa spendibile, sfidando di fatto le logiche di dominio del sistema (Salerno, 2024).

5. Discussione: tre tesi interpretative

La descrizione dei campi consente ora di formulare tre tesi trasversali, che non ripetono l’analisi ma ne traggono le implicazioni teoriche.

5.1. La vulnerabilità come effetto di campo

La prima tesi è che la condizione dei MSNA non sia il risultato di mancanze individuali né di un’emergenza momentanea, ma un effetto di campo strutturato. La vulnerabilità è prodotta dalla configurazione relazionale tra i campi (giuridico, residenziale, scolastico, informale e transnazionale), che operano secondo logiche spesso incompatibili. Lo scarto tra le “promesse del diritto” – l’ipertutela legislativa – e i dispositivi di soggettivazione – le prassi amministrative – produce una “soggettività in sospeso”, ciò che altrove si è definito l’”inganno accogliente” (Salerno, 2024). Spostare lo sguardo dal deficit del soggetto alla configurazione dei campi è la prima posta pedagogica: ciò che appare come fragilità del minore è in larga parte una proprietà della relazione tra le strutture.

5.2. La violenza simbolica e lo statuto degli indizi

La seconda tesi riguarda la pervasività della violenza simbolica. È qui necessaria una precisazione epistemologica. Un dato descrittivo – ad esempio la quota di un minore su cinque con esito scolastico positivo, già richiamata – non dimostra di per sé l’esistenza di violenza simbolica: una statistica è compatibile con più letture e va contestualizzata con le variabili strutturali già indicate. Tale dato non va dunque trattato come una “prova”, ma come un indizio, un elemento a sostegno di un’interpretazione la cui plausibilità nasce dalla convergenza di indizi di natura diversa (Tabella 1). Non vi è quindi tensione tra l’affermare la portata della violenza simbolica e il rifiutare letture deterministiche: la prima è un’ipotesi interpretativa sostenuta da indizi convergenti, le seconde sarebbero un salto causale ingiustificato.

Tipo di indizio

Fonte

A cosa converge

Statistico-quantitativo

MLPS (2024); Santagati et al. (2024)

Un minore su cinque con esito scolastico positivo; asimmetrie per genere e nazionalità: il capitale culturale incorporato non è riconosciuto.

Amministrativo-procedurale

DM 5 novembre 2021 (2021); MIM (n.d.); MLPS (n.d.-a, n.d.-b); Salerno (2026b)

Barriere burocratiche apparentemente neutre producono esclusione effettiva: la violenza è “amministrativa”.

Qualitativo-esperienziale

Grounded Theory (Salerno, 2024)

Vissuti di operatori e minori: “soggettività in sospeso”, “inganno accogliente”.

Tabella 1. Convergenza di indizi a sostegno della lettura in termini di violenza simbolica.

Sul versante amministrativo, in particolare, la violenza si materializza attraverso prassi ordinarie e spesso ben intenzionate. Tra gli esempi paradigmatici:

  1. Le anagrafiche errate: la trascrizione negligente dei dati nel Sistema Informativo Minori (SIM), descritto dal MLPS (n.d.-b), produce, nelle situazioni documentate, un’invisibilità amministrativa che può bloccare per mesi l’accesso alla scuola e ai servizi sanitari (Salerno, 2026b).

  2. Il circolo vizioso dei permessi: pareri della Questura che subordinano il permesso al lavoro e il lavoro al parere, generando un limbo in cui il minore “fa in tempo a diventare maggiorenne” prima di ottenere i documenti (Salerno, 2026b).

  3. L’esclusione formativa: le difficoltà, documentate nel contesto analizzato, nel rilascio della Dichiarazione di Immediata Disponibilità (DID), descritta dal MLPS (n.d.-a), possono ostacolare l’accesso alle misure di politica attiva e a percorsi come il Programma GOL (DM 5 novembre 2021, 2021; Salerno, 2026b).

Anche dispositivi apparentemente tecnici operano così come meccanismi di esclusione equivalenti a barriere esplicite (Inofuentes et al., 2022; Salerno, 2026b); e tanto più efficacemente quanto più si presentano come pratiche di cura.

5.3. L’isteresi dell’habitus come doppio vincolo strutturale

La terza tesi è che i percorsi etichettati come “devianti” costituiscano la manifestazione comportamentale dell’isteresi in condizioni di doppio vincolo (Bateson, 1972). Il sistema richiede infatti al minore habitus simultaneamente incompatibili: essere vulnerabile e dipendente nel campo giuridico, autonomo e produttivo in quello scolastico-lavorativo. Le disposizioni incorporate nei contesti di origine – tolleranza dell’incertezza, orientamento alla sopravvivenza – non sono abitudini superficiali, modificabili con interventi brevi. Esse mutano lentamente e a costi psicologici elevati; nei campi italiani non trovano riconoscimento e vengono anzi interpretate come deficit.

In questo scarto, l’allontanamento o il lavoro informale vanno letti come risposte razionali e strategiche a vincoli contraddittori (Gimeno-Monterde et al., 2021; Salinaro, 2021), non come patologia individuale. L’integrazione fallisce non per difetto di volontà del soggetto, ma per l’incapacità delle istituzioni di valorizzare capitali non standardizzati.

5.4. Aporie e tensioni interne al framework

Il framework presenta tre tensioni da dichiarare. La prima è il rischio di determinismo strutturale: esso va usato come strumento di identificazione dei vincoli entro cui si esercita un’agency reale, non come teoria della riproduzione meccanica (Vissing & Leitão, 2021; Wernesjö, 2012). La seconda riguarda la soggettività: privilegiando le strutture oggettive, la sociologia bourdieusiana richiede di essere integrata con metodologie capaci di restituire l’esperienza vissuta (Pescaroma et al., 2021). La terza è di ordine epistemologico-politico: applicare un framework europeo a soggetti di contesti radicalmente diversi rischia di riprodurre, a livello teorico, l’asimmetria di riconoscimento che si critica a livello sociologico. A ciò si aggiunge che l’evidenza qui rielaborata è stata generata da una posizione dominante nel campo: l’oggettivazione deve perciò cadere anche sulla fonte dei dati, non solo sull’oggetto descritto (Bourdieu, 2003). È una ragione in più per la vigilanza riflessiva richiamata nella sezione 3.

6. Conclusioni e implicazioni pedagogiche

6.1. Sintesi

La lettura proposta mostra come la condizione dei MSNA in Italia non sia un’emergenza estrinseca ma un effetto di campo. L’applicazione della teoria di Bourdieu, articolata con l’analisi dei dispositivi di Foucault, ha fatto emergere tre nodi: il doppio vincolo strutturale, per cui i minori abitano campi dalle logiche contraddittorie che richiedono habitus incompatibili; l’isteresi come stigma, per cui le disposizioni maturate nel percorso migratorio vengono interpretate come devianza o deficit anziché come risorse adattive; e la violenza amministrativa, per cui sistemi informativi e prassi burocratiche operano come tecnologie di controllo che ritardano l’accesso ai diritti fino alla maggiore età.

6.2. La svolta pedagogica: dal misconoscimento al riconoscimento

Se la violenza simbolica opera attraverso il misconoscimento, il compito educativo può essere riformulato come un’educazione al riconoscimento, che rinvia alla teoria del riconoscimento di Honneth (2019). Il passaggio richiede però una precisazione, perché i due “misconoscimenti” in gioco non sono perfettamente sovrapponibili. In Bourdieu la méconnaissance è un meccanismo di dominio: il mancato riconoscimento dell’arbitrarietà dei rapporti di forza, condiviso da dominati e dominanti, che diventando stabile, come fosse una cosa naturale, ne rende possibile la riproduzione (Bourdieu & Passeron, 1970). In Honneth il mancato riconoscimento è invece una ferita etica: la lesione delle condizioni intersoggettive dell’autorealizzazione, costitutive tanto della formazione dell’identità quanto della convivenza democratica. I due concetti operano su registri diversi – il primo critico-diagnostico, l’altro normativo – e proprio per questo si integrano: la teoria di Bourdieu spiega come il misconoscimento si struttura e si riproduce, quella di Honneth perché esso costituisce un torto e verso cosa deve orientarsi la risposta educativa. La pedagogia del riconoscimento è così la risposta normativa alla diagnosi critica. La pedagogia interculturale italiana ha tradotto questo principio nel compito di rendere cittadini coloro che il sistema tratta da stranieri, non per assimilazione ma per riconoscimento delle differenze (Portera, 2020; Santerini, 2017). Il campo scolastico-formativo è il luogo in cui il capitale dei minori è reso visibile o cancellato; è perciò il terreno elettivo di un intervento pedagogico che non si limiti a “compensare” deficit presunti, ma converta in capitale riconoscibile le risorse incorporate – plurilinguismo, competenze pratiche, autonomia – oggi svalutate. Riconoscere non significa abbassare le attese, ma cambiare i criteri di valutazione che decidono ciò che “conta” come competenza.

6.3 Implicazioni operative su tre assi:

  1. Nel campo scolastico-formativo: dispositivi di validazione del capitale culturale pregresso, accesso linguistico tempestivo e contrasto ai percorsi segregati, valorizzando il plurilinguismo come risorsa anziché come scarto (Cadiou & Mothes, 2023; Quadranti, 2021; Salerno, 2025).

  2. Nella formazione degli operatori: educatori e assistenti sociali vanno formati non come esecutori di norme escludenti ma come agenti di capitale simbolico, ossia come mediatori capaci di far riconoscere e convertire i capitali dei minori entro i campi dominanti. È la traduzione operativa del ruolo trasformativo del lavoro sociale nel campo migratorio (Allegri et al., 2020; Di Rosa & Reich, 2022).

  3. Nell’architettura amministrativa: l’armonizzazione delle banche dati (SIM, SIDI, uffici immigrazione) è condizione di possibilità di ogni pratica educativa, perché l’invisibilità anagrafica precede e vanifica qualsiasi intervento di riconoscimento.

Trasversalmente, occorre superare il puerocentrismo retorico che nega l’agency dell’adolescente proprio mentre dichiara di tutelarlo, promuovendo percorsi di cittadinanza attiva che bilancino diritti e responsabilità.

6.4. Limiti e linee di ricerca futura

La principale apertura riguarda la verifica empirica delle ipotesi qui avanzate. Tre direzioni appaiono prioritarie. La prima è lo studio della convertibilità dei capitali attraverso dispositivi pedagogici innovativi – bilanci di competenze interculturali, validazione degli apprendimenti pregressi, mentoring tra pari – per verificare se e a quali condizioni il capitale incorporato dei minori possa diventare capitale riconosciuto. La seconda è la ricerca etnografica e narrativa capace di restituire la voce diretta dei minori, qui assente per scelta di scopo. La terza è lo studio longitudinale delle traiettorie attraverso la soglia della maggiore età, dove la lettura in termini di doppio vincolo predice le rotture più acute.

6.5. Nota conclusiva

Vedere le strutture di potere che governano l’accoglienza non garantisce di per sé la loro trasformazione, ma non vederle ne garantisce la riproduzione. Restituire centralità alla teoria dei campi significa de-naturalizzare le categorie burocratiche e riconoscere nel MSNA non un “problema da gestire”, ma un soggetto portatore di capitali e progetti che interpella direttamente la capacità inclusiva, e la tenuta democratica, della società italiana.

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