Formazione & insegnamento, 24(03), 8982
Myth, Image, and Dialogue: New Approaches to Philosophical Counselling and the Transformative Contribution of Religious Thought and Symbolic Languages
Mito, immagine e dialogo: Nuovi approcci alla consulenza filosofica e contributo trasformativo del pensiero religioso e dei linguaggi simbolici
ABSTRACT
Building on the revival of philosophical counselling initiated by Achenbach and further developed by Lahav, this study restores philosophy to its original dimension as a lived practice oriented toward reflection, dialogue, and the search for meaning rather than problem-solving. The theoretical analysis highlights the epistemological autonomy of philosophical counselling in relation to psychotherapy, counselling, and spiritual direction, emphasizing the centrality of questioning. The research explores the hypothesis that symbolic languages, particularly myths and images derived from religious traditions, can function as secular, epistemic, and transformative tools. Through a study involving 43 participants, philosophical consultations were conducted integrating mythological narratives and related visual representations. Participants identified the potential value of a form of symbolic philosophical counselling capable of integrating rational reflection and imagination, fostering new understandings of their worldviews.
A partire dalla rinascita della consulenza filosofica avviata da Achenbach e sviluppata da Lahav, lo studio restituisce alla filosofia la sua dimensione originaria di pratica vissuta, orientata alla riflessione, al dialogo e alla ricerca di senso, piuttosto che alla risoluzione di problemi. L’analisi teorica evidenzia l’autonomia epistemologica della consulenza filosofica rispetto a psicoterapia, counseling e direzione spirituale, sottolineando la centralità della domanda. La ricerca esplora l’ipotesi che i linguaggi simbolici, in particolare miti e immagini di tradizione religiosa, possano costituire strumenti laici, epistemici e trasformativi. Attraverso uno studio su 43 partecipanti, sono stati realizzati colloqui filosofici che integrano narrazioni mitiche e immagini ad esse relative. I partecipanti rilevano il possibile potenziale di una consulenza filosofica simbolica che riesca ad integrare riflessione razionale e immaginazione, favorendo una comprensione nuova delle proprie visioni del mondo.
KEYWORDS
Philosophical counselling, Philosophical practices, Dialogue, Hermeneutics, Symbol, Symbolic language, Myth, Symbolic imagination, Religious anthropology
Consulenza filosofica, Pratiche filosofiche, Dialogo, Ermeneutica, Simbolo, Linguaggio simbolico, Mito, Immaginazione simbolica, Antropologia religiosa
AUTHORSHIP
This article is the result of the work of a single Author.
ACKNOWLEDGMENTS
La ricerca descritta nell’articolo è stata realizzata all’interno del lavoro di dottorato di ricerca in Scienze Religiose (Etica, Filosofia e Religioni) presso la Facoltà Teologica di Lugano – Università della Svizzera italiana, in co-tutela con il dottorato di ricerca in Filosofia (Philosophical Issues in an International Perspective) della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. L’autore ringrazia il direttore della tesi dottorale Prof. Dr. Emanuele Di Marco (Facoltà Teologica di Lugano, Università della Svizzera italiana) e il co-direttore Prof. Dr. Francesco Valagussa (Facoltà di Filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele).
CONFLICTS OF INTEREST
The Author declares no conflicts of interest.
COPYRIGHT AND LICENSE
© Author(s). This article and its supplementary materials are released under a CC BY 4.0 license.
RECEIVED
June 18, 2026
ACCEPTED
August 9, 2026
PUBLISHED ONLINE
August 12, 2026
1. Introduzione
La rinascita moderna della consulenza filosofica e delle pratiche filosofiche, nel 1981, da parte del filosofo Gerd B. Achenbach (1984) si fonda sulla crisi della filosofia accademica. Achenbach ritiene, infatti, che la filosofia contemporanea si sia gravemente allontanata dalla vita delle persone e intende riportare la filosofia alla sua funzione originaria: la prassi del pensare insieme, la riflessione sulle idee e sull’esperienza vissuta, l’esercizio di una libertà interiore che si manifesta nel dialogo. In questo senso, la consulenza filosofica si configura fin da subito come un’alternativa al linguaggio della cura e a quello scientifico positivo, rifiutando l’assimilazione al counseling psicologico o alla psicoterapia. La scelta di Achenbach si inserisce nel paradigma della riscoperta della filosofia come arte del vivere, avvenuta a partire dagli anni Settanta. Pierre Hadot (1981) mostra come nelle scuole ellenistiche il filosofare non fosse anzitutto un insegnamento dottrinale ma un modo di vivere e un vero e proprio esercizio.
Parallelamente, altri autori contribuiscono a diffondere la consulenza filosofica e le altre pratiche filosofiche nel mondo. Alcuni tra gli autori si avvicinano al mondo della cura psicologica e altri invece rimangono dell’idea di un’identità prettamente filosofica. Tra questi vi è Ran Lahav che insiste sul carattere sapienziale e trasformativo della filosofia, intesa come partecipazione a una realtà più ampia e come ricerca della saggezza.
Un’altra crisi si affaccia nel mondo contemporaneo: quella relativa al senso dell’esistenza e, più in generale, al significato. La consulenza filosofica rinasce dunque come risposta alla frammentazione del sapere, al riduzionismo e alla perdita di significato nella cultura occidentale, proponendo un modello alternativo: un sapere relazionale caratterizzato da un esercizio aperto del pensiero e non una scienza.
Se, da una parte, la ricerca di un’identità da parte della consulenza filosofica ha creato un confronto e, talvolta, uno scontro con altre discipline e professioni (quelle medico-psicologiche da una parte ma anche quelle legate al counseling e alla cura pastorale), dall’altra la volontà di autodefinizione interna alla filosofia ha confinato queste pratiche all’interno dei concetti e della storia della filosofia così come trasmessa a livello accademico. All’interno di questo contesto di rinascita del filosofare pratico si colloca la riflessione che anima il presente lavoro di ricerca. È lo stesso Lahav (2010) ad intuire, infatti, che anche altre forme di voci della saggezza possono contribuire al dialogo e, tra queste, indica anche le forme simboliche (Lahav, 2010, 2021). È proprio su questa prospettiva che questo lavoro di ricerca ha inteso indagare in modo innovativo il contributo laico dei simboli, provenienti dalle culture religiose, alla consulenza filosofica. L’indagine si è svolta inizialmente in senso teorico, indagando e introducendo i principali temi della consulenza filosofica. Si è partiti dall’individuazione del campo della consulenza filosofica, chiarendo le differenze soprattutto con altre pratiche come quelle relative alla cura medica, psicologica e spirituale, arrivando all’approccio delle pratiche filosofiche e della consulenza filosofica di Ran Lahav, autore di riferimento di questo studio. Considerando i diversi approcci alla consulenza preminentemente filosofica, vi è una chiara assenza di stimoli di discussione nella consulenza filosofica provenienti da fonti diverse da quelle filosofiche, e in particolare relative alla storia della filosofia occidentale. Sebbene la letteratura sulla consulenza filosofica abbia ampiamente approfondito il ruolo del dialogo, delle visioni del mondo e della trasformazione riflessiva, permane relativamente poco esplorato l’utilizzo sistematico dei linguaggi simbolici all’interno della consulenza filosofica. In particolare, mentre la proposta di Ran Lahav (2010) riconosce la possibilità di ricorrere a differenti “voci della saggezza”, la letteratura non ha ancora sviluppato in modo organico una riflessione sull’impiego di miti, immagini e simboli provenienti dalle tradizioni religiose come mediatori del dialogo filosofico in un contesto laico e non confessionale. La presente ricerca intende contribuire a colmare questa lacuna teorica e applicativa.
2. Le pratiche filosofiche e la consulenza
2.1. Definizioni e questioni di metodo
La filosofia, secondo Achenbach, deve tornare alla sua vocazione pratica per cui era nata nell’antica Grecia e nelle scuole ellenistiche (dal sesto secolo a.C. fino al quarto secolo d.C.) e rimanere fedele alla propria autonomia. Lo stesso Achenbach (1984) sostiene quanto dare un metodo alla filosofia sia un controsenso, non essendo la filosofia una scienza ma anzi affermando quanto la filosofia non lavori con i metodi ma sui metodi. Nonostante il problema definitorio e teleologico delle pratiche filosofiche che spesso si risolve soprattutto attraverso un procedimento antinomico, è ad Aristotele che gli autori si ispirano per identificare il possibile obiettivo generale della pratica filosofica ovvero il mettere in relazione il fine della filosofia nella liberazione dall’ignoranza (Aristotele, 2017, Metafisica, A, 2, 982b). La filosofia non può quindi essere collegata ad una qualche utilità pratica. D’altro canto, la filosofia antica ha sempre contenuto, a partire da Socrate, un atteggiamento rivolto alla pratica della vita quotidiana, alla filosofia come conoscenza e, contemporaneamente, come guida nella vita pratica secondo un processo formativo e auto-formativo (Giacometti, 2016).
La consulenza filosofica, pratica filosofica che si svolge tra un filosofo e la persona che la richiede, non mette in atto alcuna filosofia particolare, non propone una propria visione del mondo ma invece si occupa del filosofare (Lahav, 2017) e diventa quindi uno strumento della filosofia e non il contrario (Nave, 2007), che ha come centro il soggetto pensante o il soggetto empirico. Al di là del problema o dell’esigenza della persona e a differenza delle professioni di cura, la filosofia si occupa innanzitutto di riflettere e criticare la domanda e i bisogni. Al contrario di una formazione, nella consulenza c’è una vera e propria presenza attiva dei soggetti, non più meri ascoltatori o spettatori ma artefici del dialogo. Un altro elemento tipico del dialogo filosofico e della consulenza filosofica è l’utilizzo e la valorizzazione del linguaggio esperienziale. Questo approccio soggettivistico (Schuster, 1999, pp. 67–68) distanzia le pratiche filosofiche e la ricerca su di esse da qualunque metodologia scientifica che cerca di applicare modelli e procedure universali e oggettivi per comprendere i problemi umani. Ogni persona e ogni consulenza filosofica richiede un’analisi personalizzata e non replicabile. Il soggettivismo nella consulenza filosofica si manifesta anche nella scelta degli strumenti e delle tecniche da parte del consulente. Non esiste un metodo unico che possa essere seguito rigidamente; piuttosto, il consulente deve essere flessibile e adattare il proprio approccio alle esigenze specifiche del cliente. Riflettere sull’esperienza in modo filosofico allo stesso tempo riconfigura l’esperienza vissuta in un modo più ampio e complesso. Si coglie così il ruolo fondamentale del distacco critico nella riflessione e nel dialogo filosofico, ovvero quella capacità del consulente di mantenere una distanza dai problemi dell’ospite, pur continuando a partecipare al dialogo in modo significativo. Partendo dal concetto di epoché fenomenologica, la Schuster (1999) descrive il distacco critico attraverso due scopi principali. In primo luogo, permette al consulente di evitare di imporre le proprie convinzioni o pregiudizi all’ospite, garantendo così che il processo di consulenza rimanga focalizzato sul cliente. In secondo luogo, aiuta a creare uno spazio di riflessione in cui il cliente può esaminare le proprie credenze e atteggiamenti senza sentirsi giudicato o influenzato.
La capacità e lo sforzo interpretativo – e quindi l’ermeneutica (Lahav & Tillmanns, 1995) – risultano essere alcune delle basi fondanti della consulenza filosofica. La consulenza filosofica, nell’interpretazione che Giacometti (2016) e Zampieri (2013) fanno di Gadamer, può pertanto essere interpretata come uno spazio ermeneutico nel quale consulente e consultante elaborano progressivamente nuove interpretazioni delle concezioni iniziali.
L’altra base fondamentale della consulenza filosofica è la centralità del filosofo. A partire dal fondatore Achenbach, l’importanza del filosofo come figura centrale nella pratica consulenziale è enfatizzata e ritenuta la base su cui poggiare questa pratica. Achenbach (1984) sostiene con fermezza che la consulenza filosofica coincida con il filosofo, sottolineando come il valore della consulenza non risieda in una teoria o in un metodo predefinito, ma nella capacità del filosofo di incarnare la filosofia come una pratica vivente.
2.2. Differenze e punti di contatto tra le discipline
Il confronto tra consulenza filosofica, psicoterapia e psicologia rappresenta un passaggio cruciale per chiarire lo statuto epistemologico e operativo della pratica filosofica contemporanea. A partire dalla sua fondazione, la consulenza filosofica non si configura come una disciplina di cura (Achenbach, 1984; Lahav & Tillmanns, 1995). Il primo confronto è, quindi, con la psicoterapia e la distinzione più radicale riguarda il paradigma di riferimento. La psicoterapia si fonda su un modello clinico-terapeutico che ha come obiettivo la cura del disagio psichico e il ristabilimento dell’equilibrio individuale attraverso tecniche validate scientificamente (American Psychological Association, 2023). Al contrario, la consulenza filosofica non opera nel registro salute/malattia, bensì in quello domanda/senso. Il disagio esistenziale, possibile terreno comune tra le discipline, non è interpretato come sintomo, bensì come tensione riflessiva che spinge a chiarire convinzioni e visioni del mondo (Pollastri, 2007). Le pratiche filosofiche hanno come oggetto le idee e la loro interpretazione (Lahav, 1995).
Anche da un punto di vista metodologico, la psicoterapia e le pratiche psicologiche adottano un tipo di relazione asimmetrica (American Psychological Association, 2023). Invece, il rapporto tra il filosofo e il suo ospite/cliente è di tipo orizzontale e non gerarchico. In nessun momento, il filosofo fornisce soluzioni, ma apre spazi di riflessione.
Il caso del counseling rappresenta un ambito intermedio tra psicologia e pratiche filosofiche. Esso si configura come intervento breve orientato alla risoluzione di problemi specifici e al supporto della persona (Pollastri, 2013). La differenza fondamentale risiede, quindi, negli obiettivi: il counseling cerca soluzioni, mentre la consulenza filosofica è un dialogo in azione, senza obiettivi di risoluzione (Pollastri, 2007).
Dal punto di vista pedagogico, la consulenza filosofica può essere interpretata come una pratica formativa. Essa promuove il dialogo, lo sviluppo del pensiero critico, l’autonomia riflessiva e l’educazione alla complessità (Lahav, 2010; Pollastri, 2007). In questo senso, essa si colloca nella tradizione della filosofia intesa come formazione del soggetto, riconducibile al concetto di Bildung, ovvero alla costruzione progressiva di sé attraverso l’esperienza e la riflessione (Zampieri, 2013). Il punto di contatto tra la consulenza filosofica e la pedagogia è svolto centralmente dal dialogo che rappresenta non solo uno strumento pratico ma anche una delle forme più rilevanti di esperienza educativa. Le recenti ricerche nell’ambito della dialogic education mostrano come la qualità del dialogo sia correlata allo sviluppo delle competenze cognitive, argomentative e collaborative. In particolare, gli studi di Mercer et al. (2019) evidenziano come il dialogo favorisca processi di pensiero condiviso, migliorando la capacità degli individui di ragionare, collaborare e apprendere in modo significativo.
Se, nella ricerca di senso, il confronto tra consulenza filosofica e direzione spirituale si sviluppa su un terreno comune o affine, le differenze sono profonde dal punto di vista epistemologico, metodologico e antropologico. Entrambe le pratiche si confrontano con le grandi questioni dell’esistenza e presuppongono una dimensione interiore dell’essere umano; tuttavia, esse si articolano a partire da presupposti radicalmente distinti (Eliade, 1957/1965; Ries, 2012). La religione può essere intesa, in senso antropologico, come l’insieme delle risposte che l’umanità ha elaborato per affrontare il problema del senso, spesso in relazione a una dimensione trascendente o a un “totalmente Altro” (Di Nola, 1974; Otto, 1917/1929). In questo quadro, la direzione spirituale si configura come una pratica di accompagnamento orientata all’interpretazione dell’esperienza alla luce di un sistema di verità già dato, generalmente di natura teologica. Il compito principale consiste nel discernere, insieme alla persona accompagnata, la conformità della propria vita a tale orizzonte normativo.
La consulenza filosofica, pur condividendo l’attenzione per l’interiorità e per le domande fondamentali, si distingue per il suo carattere laico e non prescrittivo (Zanella, 2012). Essa non presuppone alcun sistema di credenze né un fine prestabilito, ma si fonda sulla messa in discussione delle concezioni del consultante. Il senso non è dato a priori, ma emerge nel dialogo come costruzione aperta e sempre rivedibile (Achenbach, 1984; Pollastri, 2007).
2.3. Il pensiero trasformativo di Ran Lahav
Il contributo teorico di Ran Lahav rappresenta uno degli sviluppi più significativi nel panorama contemporaneo della consulenza filosofica. Lahav ridefinisce la pratica non solo come esercizio critico ma come percorso di trasformazione esistenziale orientato alla saggezza (Lahav, 2010). Per Lahav, ogni soggetto possiede implicitamente una propria filosofia, ossia una rete di concezioni che orientano la sua esperienza. L’obiettivo della consulenza filosofica non è semplicemente chiarire tali concezioni, ma promuovere una trasformazione più profonda: un passaggio da una visione ristretta e centrata sull’io a una prospettiva più ampia. Lahav definisce questo orientamento come Wisdom Approach, distinguendolo dal più diffuso Critical Thinking Approach, che si limita all’analisi razionale (Lahav, 1995). La saggezza, in questa prospettiva, non è conoscenza teorica, ma un atteggiamento esistenziale caratterizzato da apertura, partecipazione e superamento dell’egocentrismo.
La proposta di Lahav si articola in due momenti complementari: la filo-sofia e la trans-sofia. Il primo consiste nell’indagine critica delle proprie concezioni e della propria visione del mondo; il secondo rappresenta il superamento di tale visione verso una comprensione più ampia della realtà (Lahav, 1995). Per descrivere questo processo, Lahav ricorre al mito platonico della caverna, che diventa metafora della condizione umana. Le persone, imprigionate nelle proprie concezioni, scambiano per realtà ciò che è solo interpretazione. Il compito del filosofare consiste nel prendere coscienza di questi limiti e nell’aprirsi a nuove prospettive (Lahav, 2010). Il concetto centrale in questa fase è quello di perimetro, che indica l’insieme di schemi, concezioni e forze che delimitano la visione del mondo dell’individuo. Nel paradigma di Lahav, gli schemi sono comportamenti e atteggiamenti ripetitivi, le concezioni sono le idee che li fondano e le forze sono le resistenze emotive che impediscono il cambiamento (Lahav, 2010). La consulenza filosofica non interviene per modificare direttamente i comportamenti, ma per problematizzare le concezioni che li generano, portandole a livello di riflessione critica.
La trans-sofia, invece, rappresenta il movimento oltre il perimetro. Essa non consiste nell’adozione di nuove teorie, ma nell’apertura a una pluralità di “voci della saggezza”, provenienti dalla tradizione filosofica e dall’esperienza umana. In questo senso, la trasformazione non è un cambiamento tecnico, ma un ampliamento della visione originaria. Un elemento centrale della proposta di Lahav è la distinzione tra comprensione intellettuale e comprensione esperienziale. La vera trasformazione, secondo il filosofo, non avviene attraverso l’adesione a concetti, ma attraverso un’esperienza profonda della realtà, che coinvolge l’intera persona (Lahav, 2017). Egli descrive tale esperienza con la metafora delle “bolle”: intuizioni che emergono spontaneamente dalla profondità della coscienza.
3. Simbolo e mito
3.1. Il linguaggio simbolico
Per introdurre gli elementi più innovativi di questo lavoro di ricerca, si è inteso indagare le teorie relative al simbolo e al linguaggio simbolico da un punto di vista filosofico e interdisciplinare. Il simbolo non si limita a essere un semplice segno ma costituisce una struttura complessa attraverso cui l’essere umano interpreta e dà forma alla propria esperienza del mondo (Cassirer, 1944; Durand, 1960). In questo senso, è necessario distinguere tra segno e simbolo: mentre il segno rinvia in modo convenzionale e univoco a un significato determinato all’interno di un sistema linguistico, il simbolo possiede una natura eccedente, capace di rimandare a una pluralità di livelli di senso (Galimberti, 2002). Come sostiene Durand (1960) descrivendo il lavoro di Ricœur nell’ottica delle coerenze ermeneutiche, il simbolo non si esaurisce in un significato univoco ma possiede un’eccedenza di senso che continua a generare nuove interpretazioni. Proprio per questa sua capacità di apertura, il simbolo non esaurisce mai il proprio significato, ma si configura come una struttura dinamica e interpretativa.
Cassirer ha chiarito in modo decisivo questa dimensione definendo l’essere umano come animal symbolicum, ossia come un essere che costruisce il suo rapporto con la realtà attraverso sistemi simbolici quali il linguaggio, il mito, l’arte e la religione (Cassirer, 1944). Il simbolo non è dunque un elemento accessorio del pensiero, ma la sua condizione strutturale. Tale prospettiva è stata ulteriormente sviluppata nell’ambito dell’antropologia e della psicologia, dove il simbolo è stato interpretato come elemento generativo e come dispositivo organizzatore dei sistemi culturali. Lévi-Strauss, ad esempio, ha mostrato come le strutture simboliche organizzino l’esperienza attraverso relazioni e opposizioni, rendendo possibile una lettura coerente del mondo (Lévi-Strauss, 1958). Parallelamente, Jung ha evidenziato la dimensione archetipica del simbolo, interpretandolo come espressione dell’inconscio collettivo e come strumento di trasformazione psichica (Jung, 1964). In questa direzione, Durand offre una sintesi particolarmente significativa, concependo il simbolo come elemento fondativo dell’immaginazione. Il simbolo svolge diverse funzioni: da una parte una funzione adattiva, che consente all’individuo di orientarsi nella realtà, dall’altra una funzione psicosociale, che favorisce la coesione culturale, fino a una funzione teofanica, che apre alla dimensione del trascendente (Durand, 1960). Il simbolo si colloca così all’intersezione tra dimensione individuale e collettiva, tra esperienza soggettiva e costruzione culturale.
3.2. Il mito
Il mito rappresenta una delle forme più originarie e fondamentali del linguaggio simbolico, attraverso cui l’essere umano ha storicamente elaborato e trasmesso significati relativi all’esistenza. Il mito costituisce una modalità specifica di conoscenza, capace di esprimere contenuti che sfuggono alla dimensione puramente concettuale (Cassirer, 1944; Eliade, 1963). In questo senso, il mito si configura come una forma di pensiero simbolico che precede e accompagna il logos, senza essere ad esso riducibile. Il mito non è dunque una semplice invenzione narrativa, ma una forma di discorso che struttura l’esperienza e orienta l’agire umano (Eliade, 1963). In questa prospettiva, il mito svolge diverse funzioni. Esso è anzitutto fondativo, in quanto stabilisce un ordine cosmico e temporale che dà senso all’esperienza; è inoltre normativo, poiché propone modelli esemplari di comportamento; ed è infine rivelativo, perché manifesta il sacro attraverso immagini e archetipi (Eliade, 1957/1965). Il mito, dunque, non descrive semplicemente la realtà, ma la istituisce simbolicamente, offrendo una struttura di significato all’interno della quale l’esistenza umana può essere interpretata.
Le riflessioni filosofiche sul mito hanno progressivamente superato la tradizionale opposizione tra mito e ragione. Già in Vico, il mito è interpretato come espressione originaria della mente umana, capace di esprimere verità attraverso immagini (Vico, 1744/2003). Cassirer, in continuità con questa linea, considera il mito una forma simbolica autonoma, dotata di una propria logica interna (Cassirer, 1944). Analogamente, autori come Ricœur e Blumenberg hanno mostrato come il mito continui a svolgere una funzione attiva nella costruzione del senso, anche nelle società moderne (Blumenberg, 1979; Ricœur, 1969).
Il linguaggio mitico si distingue dalle altre forme di pensiero per la sua capacità di integrare dimensioni diverse dell’esperienza: razionale, emotiva, simbolica e spirituale. Come evidenziato da Galimberti, il mito opera su un piano differente rispetto al linguaggio scientifico, poiché non mira alla verificabilità, ma alla comprensione esistenziale (Galimberti, 2002).
All’interno della prospettiva della consulenza filosofica, il mito può assumere un ruolo particolarmente rilevante. Esso può essere utilizzato come mediatore simbolico capace di stimolare la riflessione e di aprire nuove prospettive interpretative. A differenza del concetto, che tende a definire e delimitare, il mito mantiene una dimensione di apertura che favorisce il processo dialogico e interpretativo.
L’integrazione della prospettiva del mito nella consulenza filosofica non implica l’adozione di contenuti religiosi ma il riconoscimento laico del potenziale che i miti possono avere come strumenti di comprensione e stimolo di riflessione.
4. La ricerca
4.1. Obiettivi dello studio
La parte innovativa e pratica della ricerca intende esplorare la possibilità di un contributo laico che il pensiero simbolico e religioso può offrire alla consulenza filosofica così come intesa nella prospettiva di Ran Lahav. Le domande di ricerca possono essere così sintetizzate: Quale contributo laico il linguaggio simbolico-religioso può dare alla consulenza filosofica? È possibile sperimentare un nuovo approccio della consulenza filosofica in cui includere simboli religiosi? I miti e le immagini all’interno della sperimentazione sono giudicati utili dai partecipanti?
4.2. Quadro metodologico e sperimentazione
In continuità con l’impostazione originaria di Achenbach e con i successivi sviluppi della pratica, la consulenza filosofica non procede secondo le metodologie delle altre discipline. Ran Lahav ha abbracciato questo stesso approccio aperto, descrivendo i risultati del proprio lavoro con un proprio stile narrativo, filosofico e soggettivo. La costruzione soggettiva è alla base della pratica filosofica di Lahav e della teoresi sulla visione del mondo personale (Lahav, 1995). In questo lavoro sarà utilizzato il medesimo approccio.
La sperimentazione si fonda su un approccio che possiamo definire di tipo ermeneutico e fenomenologico, orientato alla comprensione dell’esperienza vissuta piuttosto che alla sua spiegazione causale (Lahav, 2018). Il dialogo filosofico viene infatti inteso come uno spazio in cui i contenuti emergono progressivamente attraverso l’interazione tra consulente e consultante, secondo una dinamica che richiama la tradizione ermeneutica (Zampieri, 2013). A differenza dell’utilizzo classico dei testi filosofici di Lahav (2010), in questa sperimentazione vengono utilizzati un racconto mitico come ispirazione narrativa e una o più immagini descrittive del mito stesso. Questi stimoli sono scelti dal ricercatore che dovrà utilizzarli all’interno della consulenza a seconda del tema scelto. All’interno del dialogo, il rapporto con lo stimolo che viene inserito relativo al tema scelto non è di tipo storico o di ricerca dei significati originari ma aperto e legato al presente delle persone in dialogo. Questo approccio ermeneutico, riferibile alla subtilitas applicandi di Gadamer (1960), è ben descritto anche dai lavori di Zampieri (2013) e Giacometti (2016). Lahav (2010) presenta ai suoi ospiti lo stimolo proveniente dai filosofi che lui definisce trasformativi senza che l’ospite stesso conosca nulla del pensiero o delle opere prese in esame. Allo stesso modo, il mito e l’immagine vengono utilizzati come stimoli senza che l’ospite debba conoscerne il contenuto e senza collegare tali contenuti alla dottrina religiosa o a riferimenti confessionali di alcun genere. Lo stimolo, corredato di un breve racconto sintetico, ha la funzione di aprire il dialogo verso significati soggettivi descritti dall’ospite/partecipante stesso,
Il percorso si articola generalmente in almeno tre incontri per ogni partecipante di un’ora l’uno, nei quali il tema di lavoro viene scelto dal partecipante stesso. Il ruolo del consulente filosofo è svolto dal ricercatore e le consulenze sono svolte in parte di persona e in parte online.
In una prima fase, il dialogo è orientato all’esplorazione della visione originaria del soggetto, mettendo in luce le concezioni implicite e i presupposti che ne strutturano l’esperienza. Successivamente, l’introduzione di uno stimolo simbolico, sotto forma di una sintesi narrativa di un mito scelto dal ricercatore/consulente con relative immagini, funziona come elemento di discontinuità rispetto alla prospettiva iniziale, favorendo l’emergere di nuove interpretazioni e possibilità di senso. Il mito scelto dal ricercatore è verificato con la persona partecipante, lasciando la possibilità di cambiarlo qualora non risultasse giudicato utile o pertinente. La trasformazione non viene intesa come cambiamento comportamentale ma come rielaborazione della visione relativa al tema, in linea con la concezione lahaviana della filosofia come pratica di ampliamento delle proprie visioni (Lahav, 2019; Zampieri, 2013). In relazione alla centralità del filosofo nella consulenza filosofica (Achenbach, 1984), Lahav descrive la scelta degli stimoli relativi alla storia della filosofia occidentale all’interno della consulenza filosofica come scelte soggettive, derivanti dall’impatto che questi stessi filosofi hanno avuto per lui e, solo successivamente, sperimentati all’interno delle pratiche filosofiche. Allo stesso modo, all’interno di questo lavoro sono stati scelti miti secondo l’esperienza soggettiva del ricercatore/consulente (Lahav, 2019).
Alla conclusione della consulenza il partecipante risponde ad un questionario di valutazione a domande aperte da effettuare dopo la conclusione dell’ultimo appuntamento di consulenza in cui si valutano le percezioni dei partecipanti rispetto all’esperienza, fattori positivi, negativi e commenti liberi. Si valutano, inoltre, gli spunti relativi al mondo religioso (miti, immagini, pensieri) e la percezione della loro utilità nel dialogo. La ricerca adotta strumenti filosofici volti a comprendere i processi attivati nel corso della consulenza in tutto simili a quelli utilizzati nelle consulenze filosofiche classiche. L’obiettivo non è la misurazione quantitativa dei risultati, ma l’analisi dei cambiamenti in termini di apertura e trasformazione della prospettiva individuale (Lahav, 2006). L’analisi delle consulenze è stata condotta secondo l’approccio di Ran Lahav (2010). Tale approccio è autonomo anche se ha delle similitudini con la reflexive thematic analysis (Braun & Clarke, 2019), che concepisce i temi come costruzioni interpretative emergenti dall’interazione tra dati e ricercatore. Il ricercatore/consulente ha documentato ciascun colloquio attraverso appunti anonimizzati redatti durante e immediatamente dopo gli incontri, escludendo qualunque riferimento personale e mantenendo come unico identificativo un alias. Gli appunti comprendevano sia sintesi interpretative del dialogo sia, quando ritenute significative per il processo di riflessione, annotazioni testuali o quasi testuali di formulazioni espresse dai partecipanti. Il corpus analizzato era costituito dalle sintesi dei colloqui e dai 43 questionari finali a domande aperte compilati dai partecipanti. Le sintesi dei colloqui e le risposte ai questionari finali sono state sottoposte a successive letture e codificazioni finalizzate all’individuazione di nuclei tematici ricorrenti. Quando riportate nella sezione dei risultati tra virgolette, le formulazioni dei partecipanti corrispondono ad annotazioni testuali o quasi testuali conservate negli appunti di ricerca. Esse sono utilizzate come esempi illustrativi delle trasformazioni interpretative emerse nel corso del dialogo. In coerenza con l’approccio adottato, le categorie tematiche non sono state considerate come elementi oggettivamente presenti nei dati, ma come costruzioni interpretative elaborate dal ricercatore attraverso un processo continuo di confronto tra dati, quadro teorico e pratica consulenziale. Particolare attenzione è stata dedicata ai processi di trasformazione delle concezioni iniziali, all’emergere di nuove interpretazioni e alla percezione dei partecipanti rispetto all’utilizzo dei materiali simbolici. La trasformazione, nell’accezione di Lahav (2010), è stata considerata presente quando emergevano esplicitamente nuove formulazioni del tema, della visione iniziale o della domanda stessa.
Tutte le procedure relative ai dati dei partecipanti rispettano la legge sulla protezione dei dati e le policy accademiche. I contenuti delle consulenze sono anonimizzati e sintetizzati dal ricercatore alla conclusione di ogni appuntamento. Il protocollo di ricerca contenente gli aspetti metodologici ed etici, gli obiettivi della ricerca, le strategie di reclutamento, le procedure per il consenso informato, le misure di mitigazione dei rischi e le modalità di protezione dei dati, è stato approvato dalle autorità accademiche competenti nel rispetto delle norme vigenti e del codice etico.
4.3. Risultati
A seguito di un annuncio diffuso attraverso i canali social, contatti di associazioni che si occupano di promozione della salute e contatti universitari, hanno risposto spontaneamente 55 persone; dopo un colloquio di verifica della comprensione dei possibili obiettivi e delle relative aspettative rispetto alla consulenza filosofica, 43 persone sono state incluse nello studio. Tra i motivi di esclusione è da rilevare l’aspettativa di affrontare problemi di carattere psicologico o di altra natura evidentemente non compatibili con la consulenza filosofica così come descritta in questo lavoro. Sia per età che per genere, il campione risulta equilibrato con il più giovane di 18 anni e il meno giovane di 69 anni, 20 maschi e 23 femmine.
L’analisi dei colloqui di consulenza filosofica evidenzia l’emergere di nuclei tematici ricorrenti. I nuclei tematici sono stati categorizzati e sono stati scelti i relativi miti di riferimento: il tema dell’etica e dei valori, esplorato attraverso una sintesi narrativa del mito nordico della costruzione del muro di Asgard (Sturluson, 1993, Skáldskaparmál, 42), accompagnato da rappresentazioni iconografiche della mitologia norrena come The Building of Asgard’s Wall; il senso della vita, indagato attraverso le figure di Prometeo e Chirone (Apollodoro, 2000, Biblioteca, II, 5, 11; Esiodo, 1999, Opere e i giorni, vv. 42–105), associato a immagini della tradizione classica come il Prometeo incatenato di Rubens; la paura e il sacrificio, tematizzati attraverso il racconto biblico di Isacco (Bibbia, 2008,Genesi, 22), associato a opere come il Sacrificio di Isacco di Caravaggio; il turbamento e l’ostacolo, sviluppati attraverso una sintesi del mito di San Giorgio e il drago (Iacopo da Varazze, 2007), con riferimento iconografico a San Giorgio e il Drago di Paolo Uccello; l’equilibrio tra opposti, mediato dalla figura celtica di Cernunnos (Green, 1992), rappresentato nel Calderone di Gundestrup; il rapporto tra egoismo e altruismo, esplorato attraverso una sintesi del ciclo mitologico egizio di Hathor, Sekhmet e Bastet (Assmann, 2001), accompagnato da raffigurazioni templari egizie; il tema del dovere e dell’azione, affrontato attraverso una sintesi del dialogo tra Arjuna e Kṛṣṇa [Krishna] nella Bhagavadgītā (2001, VI, 23, 47), con immagini iconiche del carro guidato da Kṛṣṇa; e infine il tema della trasformazione interiore, esplorato attraverso la figura di Milarepa (Tsangnyön Heruka, 1977), spesso rappresentato in immagini meditative della tradizione tibetana. Le sintesi narrative sono state realizzate dal ricercatore.
I dati mostrano che i partecipanti si avvicinano inizialmente ai temi con concezioni implicite e relativamente rigide ma che, nel corso del dialogo, emergono come costruzioni parziali e situate. Il primo risultato riguarda dunque l’attivazione di un processo di emersione e problematizzazione delle concezioni iniziali, attraverso cui il soggetto mette in discussione le proprie convinzioni e le rende oggetto di riflessione (Achenbach, 1984; Pollastri, 2007).
L’introduzione del mito e dell’immagine produce un effetto di discontinuità rispetto a tali schemi, attivando quello che può essere definito un processo di dislocazione simbolica del pensiero. Il simbolo non viene interpretato in modo univoco ma utilizzato come stimolo aperto, capace di generare una pluralità di significati. In questo senso, esso si configura come dispositivo ermeneutico, che non chiude il senso ma lo amplifica (Durand, 1960). Le immagini rafforzano questo effetto, offrendo una dimensione visiva che intensifica il coinvolgimento e facilita l’accesso a livelli non immediatamente razionalizzabili.
Tema e mito | Concezioni iniziali ricorrenti | Evoluzione della prospettiva osservata |
|---|---|---|
Egoismo e altruismo (Hathor, Sekhmet e Bastet: le tre dee in un’unica dea) | Egoismo e altruismo percepiti come dimensioni in conflitto e reciprocamente escludenti | Maggiore riconoscimento della complementarità tra cura di sé e cura dell’altro |
Senso della vita (Prometeo, Chirone e Zeus) | Ricerca di uno scopo definitivo e prestabilito dell’esistenza | Interpretazione del senso come percorso aperto e costruito nel tempo |
Soggettività e turbamento (San Giorgio e il drago) | Il turbamento viene interpretato come ostacolo esclusivamente negativo | Il conflitto interiore viene riletto come occasione di comprensione e crescita |
Ricerca di equilibrio (Cernunnos) | Visione dualistica e oppositiva di aspetti percepiti come incompatibili | Maggiore accettazione della complessità e della coesistenza degli opposti |
Paura e sacrificio (Il sacrificio di Isacco) | Il sacrificio viene associato a rinuncia o obbedienza assoluta | Emergono riflessioni più articolate sul rapporto tra libertà, responsabilità e fiducia |
Etica e valori (Il muro di Asgardr) | Concezioni normative e rigide dei valori morali | I valori vengono reinterpretati come oggetto di riflessione critica e contestuale |
Sofferenza e felicità (La storia di Milarepa) | Sofferenza e felicità considerate condizioni contrapposte e incompatibili | La sofferenza viene riletta come possibile occasione di apprendimento e trasformazione |
Morte (La barca del sole) | La morte è interpretata principalmente come perdita e conclusione definitiva | Maggiore apertura verso il significato esistenziale del limite e della finitudine |
Destino (Kṛṣṇa e Arjuna) | Il destino è percepito come forza esterna che determina la vita individuale | Maggiore integrazione tra destino, scelta, responsabilità personale e libertà di azione |
Tabella 1. Nuclei tematici, miti di riferimento e trasformazioni delle concezioni osservate.
La Tabella 1 sintetizza i cambiamenti delle concezioni nei diversi nuclei tematici affrontati durante le consulenze. Tali cambiamenti non sono stati interpretati come cambiamenti comportamentali o terapeutici, bensì come ampliamenti delle prospettive interpretative e riformulazioni delle concezioni iniziali dei partecipanti, coerentemente con l’approccio trasformativo della consulenza filosofica descritto da Lahav (2010). Gli esempi riportati di seguito derivano dagli appunti di ricerca anonimizzati raccolti durante le consulenze.
Tali trasformazioni emergono anche nelle formulazioni espresse dai partecipanti nel corso degli incontri. Le formulazioni tra virgolette corrispondono a espressioni annotate in forma testuale o quasi testuale e vengono presentate come esempi rappresentativi dei processi di riformulazione osservati. Ad esempio, una persona che rifletteva sul tema del turbamento interpretava inizialmente questa esperienza come qualcosa di puramente negativo da eliminare. Il confronto con il mito di San Giorgio e con la figura del drago favoriva tuttavia una rilettura del problema, fino a formulare la seguente riflessione: “Pensavo che il drago rappresentasse qualcosa da sconfiggere o cancellare. Nel dialogo ho iniziato a vederlo come una paura con cui imparare a convivere”.
Analogamente, una partecipante che rifletteva sul significato dell’esistenza tendeva inizialmente a interpretarlo come il raggiungimento di uno scopo preciso e definitivo. L’incontro con le figure di Prometeo, Chirone e Zeus contribuiva invece a una progressiva riformulazione: “All’inizio vedevo Prometeo come il simbolo del successo e della realizzazione personale. Nel dialogo ho iniziato a pensare che il suo gesto riguardasse soprattutto gli altri e questo ha cambiato il mio modo di guardare al significato della vita”.
Sul tema della paura, una persona partecipante collegava inizialmente il sacrificio soprattutto alla rinuncia e alla perdita. Il confronto con il racconto di Abramo e Isacco apriva però una diversa prospettiva: “Non posso eliminare l’incertezza, ma posso scegliere di fidarmi anche quando non vedo chiaramente quello che succederà”.
Questi esempi non intendono rappresentare risultati generalizzabili, ma illustrano il tipo di trasformazione osservato all’interno dei colloqui, coerentemente con la concezione lahaviana.
Le concezioni iniziali, spesso caratterizzate da opposizioni nette (bene/male, dovere/libertà, controllo/abbandono), vengono progressivamente sostituite da interpretazioni più articolate. Ad esempio, nel lavoro sui valori, il mito di Asgard favorisce il passaggio da una visione normativa e statica a una comprensione più dinamica e negoziale dell’etica; nel tema del sacrificio, il racconto di Isacco consente di riformulare il rapporto tra obbedienza e responsabilità; mentre il mito di Prometeo favorisce una rilettura del senso della vita non come destino prestabilito ma come processo aperto.
Parallelamente emerge un coinvolgimento significativo della dimensione immaginativa ed esperienziale. Il mito e l’immagine non operano soltanto sul piano cognitivo, ma attivano una partecipazione più ampia del soggetto, favorendo una comprensione incarnata dell’esperienza (Eliade, 1963; Galimberti, 2002). Questo aspetto è particolarmente evidente nei temi legati alla paura, al limite e ai valori, in cui la dimensione simbolica permette di affrontare contenuti difficilmente accessibili attraverso il solo linguaggio discorsivo. Una partecipante, ad esempio, nell’osservare le tre dee Hathor, Sekhmet e Bastet ha iniziato a immaginare una raffigurazione che le comprendesse: una sorta di dea con elementi bovini, leonini e felini. Allo stesso modo, ha iniziato a riflettere sulle caratteristiche che una donna può avere contemporaneamente (accudimento, forza e indipendenza). Diverse persone partecipanti hanno visto, ad esempio, nel dipinto di San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, inizialmente il simbolo del bene che vince sul male e successivamente l’idea di avere il drago come compagno. Altri partecipanti hanno messo l’accento sulla delicatezza e fragilità del filo che tiene legato il drago e che rappresenterebbe, a loro modo di vedere, la vittoria della gentilezza sulla brutalità.
Un ulteriore elemento riguarda la percezione del dialogo come spazio di libertà riflessiva. I partecipanti sottolineano la possibilità di esplorare i temi senza la pressione di giungere a soluzioni immediate, sperimentando una sospensione del giudizio che favorisce l’apertura e la disponibilità al cambiamento (Lahav, 1995; Schuster, 1999). Tale dimensione risulta centrale per l’attivazione dei processi trasformativi, in quanto consente di mantenere il problema come spazio di ricerca, piuttosto che come ostacolo da eliminare.
Infine, si osserva un cambiamento nella percezione del problema che viene progressivamente ri-significato. I partecipanti dichiarano che il dialogo e l’utilizzo del mito offrano una maggiore capacità di convivere con la complessità e l’ambiguità, passando da un orientamento al controllo a un atteggiamento più riflessivo e aperto. Questo esito è coerente con la concezione della consulenza filosofica come pratica orientata alla trasformazione (Lahav, 2019).
Le persone partecipanti valutano complessivamente molto positiva l’esperienza della sperimentazione. Tutti riportano un giudizio favorevole, con una parte significativa (20 persone) che valuta l’esperienza come superiore alle aspettative iniziali. Tra gli aspetti maggiormente apprezzati emerge il ruolo di miti e immagini, considerati strumenti efficaci per attivare il dialogo e favorire la riflessione. I partecipanti sottolineano soprattutto la capacità del mito di aprire a una pluralità di interpretazioni, rendendo possibile un’esplorazione personale del senso anche in assenza di conoscenze pregresse. Le immagini, a loro volta, risultano utili sia per comprendere meglio i contenuti narrativi sia per stimolare nuove associazioni e prospettive.
Per quanto riguarda le criticità sollevate dalle persone partecipanti, la principale riguarda la durata limitata dell’esperienza: quasi la metà dei partecipanti esprime il desiderio di proseguire il percorso, ritenendo insufficiente il tempo a disposizione. Altri elementi segnalati in misura minoritaria riguardano la necessità di una preparazione filosofica preliminare, il desiderio di ricevere più materiali o stimoli tra un incontro e l’altro.
5. Conclusioni e sviluppi
Il contributo del presente studio consiste nell’aver esplorato la proposta innovativa di una consulenza filosofica simbolica, intesa come una modalità di consulenza filosofica, secondo lo stile di Ran Lahav, che integri il dialogo riflessivo con l’utilizzo di miti e immagini provenienti da tradizioni religiose, impiegati in chiave laica, ermeneutica e non confessionale. L’indagine teorica e la fase sperimentale suggeriscono che la consulenza filosofica possa essere interpretata come uno spazio dialogico orientato non alla risoluzione dei problemi né alla cura in senso terapeutico, ma come uno spazio di dialogo che contenga potenzialità trasformative delle visioni del mondo attraverso la riflessione condivisa. I risultati osservati mostrano come i partecipanti dichiarino di essere passati da interpretazioni iniziali più rigide e implicite a concezioni maggiormente articolate e aperte dei temi affrontati. In questo processo, il dialogo filosofico si è configurato come uno spazio di ricerca del significato e di riformulazione delle proprie concezioni, coerentemente con la prospettiva trasformativa proposta da Ran Lahav.
Lo studio presenta alcuni limiti che derivano dalla sua natura esplorativa e dall’approccio filosofico seguito. Proprio le assunzioni del pensiero e della pratica filosofica di Ran Lahav, autore di riferimento in questa ricerca, hanno portato alla scelta di un approccio soggettivistico e costruttivista rispetto all’esperienza dei partecipanti e alla metodologia. I partecipanti hanno aderito volontariamente alla sperimentazione e costituivano pertanto un campione di auto-selezione composto da persone motivate a intraprendere un percorso di riflessione. Inoltre, la coincidenza tra i ruoli di ricercatore e consulente, l’assenza di gruppi di confronto e il carattere interpretativo dell’analisi (aspetti propri dell’impostazione originaria della consulenza filosofica di Lahav) non consentono di attribuire in modo definitivo i cambiamenti osservati. Le trasformazioni rilevate devono essere intese come possibilità interpretative emerse all’interno dei percorsi considerati, e non come risultati universalmente validi.
Un ulteriore limite riguarda l’utilizzo congiunto di adattamenti narrativi relativi a miti religiosi e immagini durante le consulenze. La presente ricerca ha evidenziato le potenzialità dei linguaggi simbolici, ma non consente di distinguere in modo rigoroso il contributo specifico della narrazione mitica rispetto a quello delle rappresentazioni iconografiche. Future ricerche potrebbero approfondire tale distinzione e verificare se differenti tipologie di stimolo simbolico producano effetti differenti sui processi di riflessione.
Anche la dimensione collettiva della consulenza filosofica simbolica risulta un ambito promettente da esplorare. L’esperienza dei Café Philo, dei seminari filosofici e delle pratiche dialogiche di gruppo suggerisce, infatti, che la filosofia possa operare non soltanto come strumento individuale ma anche come dispositivo sociale di costruzione condivisa del significato. Da questo punto di vista, un possibile sviluppo riguarda il confronto con le pratiche di Community of Inquiry, nelle quali il dialogo filosofico viene utilizzato come pratica educativa strutturata orientata allo sviluppo del pensiero critico, creativo e collaborativo (Kennedy & Kennedy, 2011). Ricerche più recenti mostrano inoltre come la comunità di ricerca possa essere impiegata anche come metodo qualitativo e partecipativo, valorizzando la pluralità delle voci e la costruzione collettiva delle interpretazioni (Love & Randall, 2024). In questa prospettiva, appare particolarmente interessante verificare se miti, immagini e altri linguaggi simbolici possano favorire la partecipazione dialogica, l’elaborazione condivisa dei significati e i processi di ampliamento delle prospettive all’interno di contesti educativi, formativi e civici.
La consulenza filosofica simbolica si trova ancora in una fase iniziale di sviluppo teorico e pratico. I risultati ottenuti non consentono conclusioni definitive ma suggeriscono che il patrimonio simbolico delle tradizioni religiose possa costituire una risorsa laica e filosoficamente significativa per il dialogo, la ricerca di senso e la riformulazione delle visioni del mondo.
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