Formazione & insegnamento, 24(02), 8892

Keymakers: Genealogical Turning Points and Their Ontological Impact in the Age of Gatekeeping and Bibliometrics

Fabbricanti di chiavi: I punti di svolta genealogici e la loro ricaduta ontologica nell’età del gatekeeping e della bibliometria

ABSTRACT

This essay offers a philosophical reflection on scholarly publishing by examining the relationship between editorial gatekeeping, bibliometric infrastructures, and asymmetries of power. It first distinguishes between a positive understanding of gatekeeping, as a complex practice of mediation and coordination, and a negative one, in which gatekeeping appears as an exclusionary and colonial device. On this basis, it develops a genealogical inquiry into two decisive turning points in post-WW2 scientific publishing: Robert Maxwell’s Pergamon Press and Eugene Garfield’s Institute for Scientific Information. The essay argues that these two trajectories contributed to the consolidation of a neoliberal editorial order marked by commodification, fragmentation of knowledge, and structural inequalities in global scientific visibility. It then moves from genealogy to ontology, claiming that bibliometric instruments do not merely measure scientific value, but increasingly operate as ritualized techniques that promise privileged access to it. The paper concludes that such an order rests on a partial and distorted understanding of scientific value, and that any genuine transformation of the system requires a critical rethinking of its underlying apparatuses.

Il saggio propone una riflessione filosofica sul mondo delle pubblicazioni scientifiche, esaminando il rapporto tra gatekeeping editoriale, infrastrutture bibliometriche e asimmetrie di potere. In primo luogo, distingue tra un’accezione positiva del gatekeeping, inteso come pratica complessa di mediazione e coordinamento, e un’accezione negativa, in cui esso si configura come dispositivo escludente e coloniale. Su questa base, il contributo sviluppa un’indagine genealogica intorno ai due snodi decisivi dell’editoria scientifica del Secondo Dopoguerra: Pergamon Press di Robert Maxwell e l’Institute for Scientific Information di Eugene Garfield. Il saggio sostiene che queste due traiettorie abbiano contribuito al consolidarsi di un regime neoliberista caratterizzato da mercificazione, frammentazione dei saperi e diseguaglianze strutturali nella visibilità scientifica globale. Successivamente, l’analisi passa dal piano genealogico a quello ontologico, argomentando che gli strumenti bibliometrici non si limitano a misurare il valore scientifico, ma tendono a funzionare come tecniche ritualizzate che promettono un accesso privilegiato a una realtà ulteriore. La conclusione afferma che tale ordine si fonda su una comprensione parziale e distorta del valore della scienza e che un’autentica trasformazione del sistema richiede una critica dei suoi apparati di fondo.

KEYWORDS

Scholarly publishing, Editorial gatekeeping, Bibliometrics, Pergamon Press, Eugene Garfield, Neoliberalism in science, Philosophy of scientific communication

Pubblicazioni scientifiche, Gatekeeping editoriale, Bibliometria, Pergamon Press, Eugene Garfield, Neoliberismo scientifico, Filosofia della comunicazione scientifica

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RECEIVED

April 10, 2026

ACCEPTED

April 20, 2026

PUBLISHED ONLINE

April 20, 2026

1. Introduzione

Questo contributo aspira a soddisfare un interesse filosofico nel mondo delle pubblicazioni scientifiche. Pur non concentrandosi sull’editoria scientifica nell’ambito delle scienze della formazione – che costituirebbe oggetto principe per la Rivista – riflette su come una determinata techné, traducibile in pratiche di gatekeeping, istituisca asimmetrie di potere che vanno a scapito della comunità scientifica. Nella Sezione §2, si affronta la questione del gatekeeping editoriale e delle sue formulazioni: una, positiva, coglie la complessità del gesto in condizioni ottimali; l’altra, negativa, rileva le ricadute coloniali ed escludenti del sistema attualmente in vigore. Ciò stimola l’avvio dell’indagine genealogica, che ha luogo nella Sezione §3, che esamina due snodi fondamentali che hanno segnato un punto di non ritorno nell’editoria scientifica, ciascuno di essi rappresentato da due figure e dalle loro due imprese: Robert Maxwell per Pergamon Press ed Eugene Garfield per ISI. Entrambe sono prima di tutto presentate con attenzione alle pietre miliari che rappresentano nel percorso della scienza globale del Secondo Dopoguerra. Successivamente (Sezione §4), se ne evidenziano le criticità e si chiude con una sintesi degli aspetti più preoccupanti dell’editoria scientifica contemporanea: l’ipostatizzazione di una realtà locale, assurta a rango globale; la settorializzazione e frammentazione dei saperi; l’introduzione di una logica mercificata che dipende dall’innovazione molto più di quanto dipenda dalla conoscenza. Infine, la Sezione §5 passa dall’argomento genealogico al quadro ontologico. In essa si mostra come la sinergia di entrambi gli snodi genealogici risulti in un’ontologia implicita dagli esiti assiologici: gli strumenti bibliometrici assurgono a tecnica unilaterale di accesso e determinazione del valore scientifico. Inoltre, a seconda della parte del sistema cui ci si rivolge, la metrica è alternativamente ridotta o a giudizio circuibile con pratiche rituali, oppure a investimento su un unico binario di accesso al valore ineffabile. La conclusione (Sezione §6) afferma la parzialità di entrambi questi tagli ontologici, illustrando criticamente, a mezzo di metafore, in che direzione rivolgersi per un’autentica trasformazione del sistema.

2. Gatekeeping editoriale

2.1. Il gatekeeping come attività complessa

A livello accademico, la nozione di gatekeeping ha presto abbandonato il suo significato letterale – in maniera non dissimile dal linguaggio della salute, che Foucault (1963) trovava trasfigurato nella scienza medica, rispetto ai riferimenti semantici della lingua comune. Nel settore disciplinare che più se ne è occupato, cioè gli studi sul giornalismo, gatekeeping è venuto a significare non tanto la selezione di un oggetto dato (es.: la notizia), bensì un sistematico lavoro di assemblaggio e ricostruzione (Vos, 2015). Inoltre, i teorici identificano nel lavoro relativamente certosino di gatekeeping una situazione differente da quella del letto di Procuste: non si tratta di mutilare (o allungare) un qualcosa fino a renderlo adatto alla casella che deve riempire, bensì di governare (o comunque navigare) un processo sociale che consente alle attività di ricerca di risultare comprensibili, di occupare uno spazio consono e di offrire la propria testimonianza agli studiosi (Vos, 2015). Ciò è più affine alla tesi di Thorson e Wells (2015): ormai la parola gatekeeping non è più descrittiva di un fenomeno che si dispiega in condizioni di sovrabbondanza di risorse; semmai, sostengono, si dovrebbe parlare di curated flows, ossia di flussi informativi soggetti a curatela. Gli stessi Autori ribadiscono che il sussistere di tali flussi non è riconducibile all’arbitrio di un singolo redattore o curatore, bensì all’intervento, alla mediazione e alla facilitazione messi in atto da una molteplicità di soggetti che si collocano a diversi livelli di agentività.

La ridefinizione del gatekeeping alla luce delle categorie di mediazione, di networking e di cura costituisce un evidente salto di paradigma, di cui gli autori menzionati sono consapevoli (Thorson & Wells, 2015; Vos, 2015). La loro lettura si innesta bene sull’orizzonte foucaultiano dell’Ordine del discorso, cioè l’idea che il discours, preso come unità di analisi, sia soggetto a forme di regimentazione e regolamentazione – spesso implicite, ma tuttavia agenti (Foucault, 1971). Non stupisce quindi se, con i mutamenti intervenuti nei decenni (la “transizione” menzionata da Vos e la sovrabbondanza di Thorson e Wells), possiamo addirittura permetterci di passare dalla metafora della diga fluviale – più vicina alla polisemica nozione foucaultiana di “regime” (Foucault, 1977) – a quella delle correnti oceaniche, brillantemente formulata da Heinderyckx (2015): mentre i media outlet tradizionali pensano a regolare i fiumi, i dati si sono nel frattempo raccolti in laghi, vasche, pozze, piscine naturali [pool]; questo mare è percorso, a sua volta, da imbarcazioni di ogni tipo (inclusi i sottomarini!), ognuna con la sua agenda… e, ricorda sempre Heinderyckx, gli specchi d’acqua non sono indifferenti a questi transiti, poiché si inquinano, si scaldano e si mobilitano. Scriveva Gibson: “è impossibile muoversi, vivere, operare a qualsiasi livello senza lasciarsi dietro tracce, bit, frammenti apparentemente insignificanti di informazioni personali. Frammenti che possono essere recuperati”– ed è un’altra metafora oceanica, poiché subito si parla direttamente di “pirati” (Gibson, 1981, p. 98 translatio nostra).

2.2. Gatekeeping come fenomeno di oppressione

Riforma o meno degli statuti epistemologici, la vecchia nozione di gatekeeping circola ancora non come spauracchio di un passato superato, ma come termine per additare colli di bottiglia e situazioni in cui viene esercitato un potere arbitrario. La metafora, in questo caso, è “petrina”, come del resto richiama la stessa parola “gate [cancello]”: si condanna, quindi, una situazione in cui un “Pietro” reggerebbe le chiavi del Paradiso decidendo chi possa passare e chi no. Il tropo è senza dubbio quello del “giudizio” di Anubi, che confronta il peso del cuore del defunto con quello di una piuma alla presenza di Maat, la dea alata della giustizia – e Thot, burocraticamente, prende nota. Tuttavia, nel mito egiziano – specialmente nel periodo dell’Antico Regno – l’esclusione da esiti specifici non era determinata solamente dalla condizione morale dell’individuo, ma anche dal suo status sociale: un santo non avrebbe avuto accesso alla reincarnazione osiriaca senza disporre dei sortilegi adatti o di un lavoro di imbalsamazione (Agai & Kingsley, 2025). In questo orizzonte mistico, la destinazione è anche di chi può permettersela.

Fuor di metafora, sembra che una parte sostanziale del sistema delle pubblicazioni scientifiche globali risponda di più alla metafora “egizia” che non a quella “oceanica”. In altre parole, il gatekeeping è ancora visto ampiamente non come un processo collegiale e “aperto” – anche al netto della complessità desunta dagli autori precedenti –, ma come processo elitario e di chiusura. Ad esempio, Heleta e Mzileni (2024) prendono a guida il concetto di “colonialismo bibliometrico [bibliometric coloniality]” introdotto da Mills et al. (2023) e lo declinano nel contesto scientifico del Sudafrica: il Nord Globale tiene in iscacco la produzione scientifica africana attraverso un manipolo di potenti multinazionali che governano gli indici bibliometrici, forzando la conoscenza africana in uno spazio di invisibilità; ancor peggio, aggiungono Heleta e Mzileni, il Ministero della Formazione Terziaria sudafricano (Department of Higher Education and Training) agisce come longa manus dell’oppressore. Le conclusioni di Heleta e Mzileni, però, non sono pienamente anti-sistemiche: più che di leadership distribuita auspicano la creazione di poli bibliometrici che fungano da contrappeso rispetto a quelli del Nord Globale.

È auspicabile, quindi, integrare la prospettiva di questi due autori con quella Serunkuma (2024), il quale segnala che il problema non riguarda solo la visibilità, ma anche la modalità: infatti, la visibilità può trasformarsi in una gabbia. Serunkuma riferisce che, nel 2018, le riviste di Taylor & Francis avevano informato gli studiosi africani di aver avviato un processo di adattamento della peer review alle loro esigenze espressive, meno analitiche e più discorsive (qualcuno direbbe: più continentali); tuttavia, secondo Serunkuma, questa non è una tappa della decolonizzazione perché, benché il sistema stia offrendo un accomodamento per le necessità africane, esso non si costituisce affatto come spazio neutrale. Non c’è – aggiungiamo noi – alcuna “Repubblica degli Scienziati” cui aderire (per il termine, cfr. Torrini, 2001). Di tutto ciò, Serunkuma dà una lettura in chiave di teatralizzazione: gli scienziati africani sono figure tragiche, in tensione tra audience globale intesa come lector in fabula dei loro testi e audience globale effettiva. In base alla sua analisi, il rischio è quello di ottenere visibilità globale, ma finire per dire cose locali – perché è ai problemi locali che si pensa. Inoltre, conclude, non è che la conoscenza abbia favorito l’eguaglianza e il rispetto: mai come nel caso dello schiavismo, per esempio, si è avuta una netta separazione tra sapere e dovere.

Poiché, per Serunkuma, la questione know–ought (forse più urgente di is–ought) è negativamente risolta a livello storico, il colonialismo bibliometrico non può essere compreso soltanto come distribuzione asimmetrica di beni e opportunità. Esso va piuttosto compreso come il risultato di uno snodo genealogico, senza la cui decostruzione non è possibile procedere, in quanto ogni successiva permutazione attualmente in vigore – anche come regime di potere – dipende da quella sostanziale singolarità. Di qui la necessità di una “genealogia sufficiente”: non esaustiva per estensione, ma per qualità delle strutture identificate come portanti. Ciò alimenta l’analisi critica degli apparati di gatekeeping, mostrando come alcuni dispositivi oggi percepiti come parte del paesaggio abituale abitato dalla comunità scientifica siano in realtà il prodotto di scelte storiche identificabili. I due snodi che seguono sono, in questa prospettiva, decisivi.

3. Snodi genealogici

3.1. Primo snodo genealogico: la vicenda di Robert Maxwell e Pergamon Press

La svolta epocale è rappresentata dal Secondo Dopoguerra e, in particolare, dalla figura cruciale di Robert Maxwell (Fyfe, 2022; Mills, 2023). Per analizzarne il ruolo, affronteremo prima una sintesi del contributo di Miranda (2001), cioè un osservatore privilegiato [insider], ritiratosi nel 1992 dalla presidenza della società di Maxwell – Pergamon Press, in corrispondenza della sua acquisizione da parte di Elsevier.

Riferisce Miranda (2001) che, fino alla fine degli anni Quaranta del Novecento, l’editoria scientifica aveva un approccio ai periodici molto snello e poco avvezzo agli affari (cfr. anche Fyfe, 2022). Da un lato, racconta, l’idea di scienza come bene comune poneva un freno culturale alla mercificazione; dall’altro, si dubitava della possibilità di guadagnare (Miranda, 2001, p. 80). In questo contesto, annuari, bollettini e riviste scientifiche restavano in gestione alle società scientifiche, le quali, al più, pagavano i costi di stampa e di distribuzione via posta (p. 80). Si tratta di una situazione non troppo diversa da quella di molte riviste del gruppo Pensa, nel 2026.

Tuttavia, dalla metà del Secolo Breve in poi, si affacciarono sulla scena diversi attori orientati al profitto: agivano in qualità di privati, ma non erano privi dell’avallo statale. Racconta sempre Miranda che, nel 1946, il Governo britannico assegnò alla casa editrice Butterworths il compito di sviluppare l’editoria scientifica nel Paese (Miranda, 2001, p. 79). Butterworths si consorziò con Springer nel 1949, ma, dopo due anni di difficoltà economiche (1951), l’attività fu venduta a Robert Maxwell (p. 79). Questi godeva di notevole credito presso Ferdinand Springer perché, mentre operava come agente dell’organo di propaganda britannico di Berlino Ovest, lo aveva aiutato a rimettere in piedi Springer Verlag nell’immediato dopoguerra (pp. 78–79; cfr. anche Cahn, 1994).

Nelle mani di Maxwell, la casa editrice fu ribattezzata Pergamon Press e, nei quarant’anni che seguirono (1951–1991) – cioè fino a quando fu venduta all’editore olandese Elsevier – sviluppò un catalogo che giunse a ospitare fino a 700 riviste (di cui 418 ancora in attività nel 2001), più di 7.000 monografie (p. 88) e una rete di più di 250 tra società scientifiche, istituzioni e governi (Miranda, 2001, p. 78; cfr. anche Cox, 2002). Questi elementi, che Miranda ricostruisce come processo interno di sviluppo aziendale, trovano posto anche in letture più ampie e sistemiche degli eventi: quella di Cox (2002) e quella di Fyfe (2022), che collocano l’espansione di Pergamon Press all’interno del più vasto fenomeno della commercializzazione dei periodici scientifici. Secondo Miranda (2001), a fare la fortuna di Pergamon Press furono i seguenti elementi:

3.2. Secondo snodo genealogico: Eugene Garfield e ISI

La vicenda di Eugene Garfield è parallela alla parabola di Maxwell e sarà qui illustrata in riferimento al working paper di Mills (2023). Dando seguito alla sua prima iniziativa – cioè Current Contents (un bollettino economico che aggregava diverse pubblicazioni) – Garfield fondò, nel 1955, l’Institute for Scientific Information (ISI) e iniziò a curare lo sviluppo di un indice che gli restituisse una selezione dei migliori contributi scientifici (pp. 10–11). Secondo Mills (2023), il finanziamento decisivo provenne dall’Aeronautica statunitense nel 1959, mentre, secondo Wouters (1999) – la cui ricerca è più dettagliata di quella di Mills in merito a questo tema e sul piano delle fonti – a fare la differenza furono i finanziamenti del National Institutes of Health (NIH) e della National Science Foundation (NSF). Fatto sta che, nel 1963, lanciò il suo Science Citation Index (SCI), che analizzava le citazioni di 560 riviste scientifiche, prevalentemente di area anglo-americana – e il resto, meno di un terzo, afferente all’Europa continentale (pp. 11–12).

L’indice di Garfield non fu subito un successo: racconta Mills (2023) che, nei primi anni Settanta, gli scienziati già criticavano pubblicamente la trasformazione di un indice descrittivo come SCI in un escamotage valutativo, collegato al prestigio dei titoli; inoltre, denunciavano l’impossibilità di valutare la qualità dei contributi senza una loro attenta lettura; aggiungevano, poi, che SCI ignorava molte regioni del Mondo (p. 13). Il giro d’affari, però, cresceva: nel 1988, ISI vendette SCI per 24 milioni di dollari e, solo dopo un forte investimento da parte degli acquirenti, fu possibile venderlo di nuovo – questa volta a Thomson, per una cifra di quasi dieci volte superiore; Nel 2011, Thomson vendette l’indice a Clarivate, per 3,5 miliardi di dollari (p. 13).

4. Natura escludente del neoliberismo editoriale

Sia Maxwell che Garfield, anche se con un diverso grado di successo personale, hanno dato un apporto sostanziale e, nel caso di Maxwell, addirittura straordinario al mondo dell’editoria scientifica. Tuttavia, hanno anche gettato le basi per pratiche di gatekeeping pregiudizievoli per l’equa fruizione e il corretto esercizio della scienza (Fyfe, 2022; Mills, 2023).

4.1. Vulnerabilità della bibliometria à la Garfield

Il caso emblematico più semplice da decostruire è quello di Garfield. Spiega Mills (2023) che il suo indice prendeva le mosse dalla distribuzione di Bradford (1934), assumendo una distribuzione paretiana delle pubblicazioni. Il contraltare è però la Legge di Goodhart: “Qualsiasi regolarità statistica osservata tenderà a collassare non appena divenga soggetta a pressione allo scopo di controllarla” (Goodhart, 1981, p. 116). In altre parole, quando un indice derivato da un comportamento è reso oggetto di attenzione esplicita da parte degli attori del sistema, il suo valore epistemico crolla: come indice, funziona ancora, ma non restituisce al fruitore quanto promesso, bensì la misura di comportamenti indice-orientati.

In aggiunta a questo collasso statistico, in un quadro più ampio di crescente dipendenza dai dispositivi citazionali, SCI è stato anche oggetto di accuse di opacità e distorsione sistemica. Gibbs (1995), ad esempio, riportò le doglianze degli studiosi latinoamericani, accompagnando dati quantitativi che dimostravano l’esistenza di un doppio circolo vizioso che, con un lessico quasi kuhniano, si può riassumere come segue:

A questi si aggiungeva il sospetto di manipolazioni, poiché si registrava la comparsa, nei Paesi del cosiddetto Nord Globale, di riviste che annunciavano la presenza in SCI ancor prima di aver pubblicato, allorquando riviste storiche rischiavano l’esclusione per un’oscillazione in criteri negoziabili. A tutto ciò, aggiungeva Gibbs (1995), si aggiungeva la penale – anche pecuniaria – del doppio lavoro dovuto alla barriera linguistica e il fatto che, anche dopo le lamentele pubbliche e le accuse di neocolonialismo, le soluzioni giungevano spesso sotto forma di nuove iniziative commerciali ad hoc.

Sembra quindi confermato il sospetto espresso dai bibliotecari nella metà degli anni Sessanta del Novecento: nella sua tesi, fondamentale per comprendere il fenomeno, Wouters (1999) riferisce che i bibliotecari lamentavano SCI e pratiche analoghe come un qualcosa di imposto, che non andava incontro ai loro desideri. Racconta Wouters che alcuni (es.: Martyn, 1965), seppur in maniera molto tiepida, avevano elogiato SCI come strumento di accesso – ritenendola cosa gradita agli scienziati –, ma precisavano che, come strumento di recupero, non era affatto efficiente. In altre parole, SCI apriva la porta a uno spazio informativo, ma non garantiva, a chi entrava nella stanza, un metodo efficace per trovarvi le informazioni esatte che cercava: un portone [gate], per l’appunto, non una catalogazione certosina di temi e contenuti.

In prospettiva complementare, si può intendere l’abuso di SCI come il caso di uno strumento che soverchia il fine e si sostituisce a esso. Questo fu intuito anche agli albori della stampa europea a caratteri mobili. Erasmus da Rotterdam scriveva infatti: “Tra alberi e tra piante erbacee può svilupparsi una solidarietà. Alcune sono sterili. Se non vi si congiunge il maschio; la vite si avvinghia all’olmo e il persico ama la vite” (Erasmus Roterodamus, 1517, para. 3, translatio nostra). Ciò riprendeva una nozione già presente in Parabolae sive similia, con riferimento molto esplicito alla necessità di sostenere l’opera dei dotti e dei potenti: “Come la vite, benché sia il più nobile di tutti gli alberi, ha tuttavia bisogno del sostegno di canne, pali o alberi che non danno frutto, così i potenti e i dotti hanno bisogno dell’opera dei più umili” (Erasmus Roterodamus, 1516/1520, Folio I vi v, translatio nostra).[1] Il contesto in cui si colloca quest’ultimo passo è ancora più illuminante della sententia isolata: predica la necessità del sostegno, ma precisa che questi non deve soffocare ciò cui dà ausilio. In ragione di ciò, il richiamo erasmiano è utile anche in chiave di critica alla prevaricazione bibliometrica: un indice può aiutare una ricerca, può orientarla, può darle sostegno e visibilità… ma, quando pretende di sostituirsi al suo valore intrinseco, diventa un criterio degenere che oscura il fine cui avrebbe dovuto contribuire.

A livello simbolico, questo stesso monito si rifletteva già nel marchio tipografico della famiglia Elzevir, storici editori delle Province Unite e precursori – sia pure con evidente soluzione di continuità – della casa editrice Elsevier rifondata nel 1880. Collocandosi all’interno della più ampia tradizione olandese delle “metafore vegetali [plantenmetaforiek]” (Moser, 1998, p. 144), il marchio, attestato dal 1620, mostra un uomo anziano che coglie un frutto della vigna cresciuta col sostegno di un olmo; a lato, la didascalia recita: “NON SOLUS” (Schlüter & Vinken, 1997) – frase che valse al marchio il soprannome di “Solitaire” (Hoftijzer, 2018, p. 180). Nel linguaggio stesso della tradizione editoriale si inscrive così l’idea che l’editoria svolga, nei confronti del sapere scientifico, una funzione ancillare: necessaria, nobile e perfino costitutiva, ma non per questo sovrana.

4.2. Aspetti critici del modello Pergamon Press

Come anticipato nella sezione precedente (§3.1), a Pergamon Press vanno riconosciuti molti meriti. Tuttavia, l’onda cavalcata da Maxwell ha presentato – e, talvolta, materializzato – una serie di rischi per la scienza internazionale.

Il primo di questi è rappresentato dalla mercificazione [commodification] del sapere. Al riguardo, Fyfe (2022) parla di “minaccia esistenziale” alle società scientifiche: il periodico cessava di fungere da strumento per la circolazione del sapere trasformandosi in bene vendibile su un mercato molto ampio.

La seconda criticità è dettata dalla proliferazione delle testate e dalla frammentazione dei campi del sapere. Allo scadere del primo decennio di attività di Pergamon Press, un articolo di Richter (1960) per Nature titolava: “How Many More New Journals?”. In tempi più recenti, Sever (2023) conviene che Pergamon Press abbia capitalizzato dalla proliferazione di nuove testate e dalla crescita esplosiva del numero delle riviste, così come di nuovi portafogli editoriali, al punto da ribattezzare il panorama “Brand new world” – con un’espressione che ricorda gli scenari distopici Aldous Huxley (Sever, 2023, p. 3002234.3). Come ricorda Politi (2026), nell’ormai classica prospettiva kuhniana sullo sviluppo dei saperi scientifici la settorializzazione è sia un fatto che un destino: il vantaggio epistemologico è oggettivo, poiché gli ambiti settoriali non sono tenuti a subire i contraccolpi degli altri ambiti e, in questo assetto di specializzazione distribuita, riescono a massimizzare la loro capacità di risolvere problemi e rompicapo. Oltre ad aggiornare la spiegazione di Kuhn, Politi obietta a spiegazioni sociologiche di stampo mono-causale: la settorializzazione non è la semplice precondizione di una migrazione degli studiosi da un ambito all’altro, ma dovrebbe fondarsi su una puntuale riflessione concettuale che mostri come l’attuale assetto costitutivo di un settore risulta inadatto a fare spazio a nuove forme del pensiero. È poi dubbio – aggiunge – che la settorializzazione autenticamente produttiva per la scienza corrisponda a un maggiore isolazionismo: i terreni interdisciplinari più fertili, infatti, sono caratterizzati da un allentamento delle identità epistemiche e una maggiore complementarietà degli approcci. Se, quindi, le caratteristiche identificate da Politi (2026) possono, plausibilmente, fungere da condizioni per una settorializzazione di successo, ciò significa che la segmentazione a fini commerciali va in una direzione opposta: stimolare la nascita continua di nuovi periodici, come faceva Maxwell, cioè privilegiando la novità a tutti i costi (Miranda, 2001), alimentava certamente la vivacità percepita, ma radicalizzava le tendenze entropiche dell’editoria scientifica.

Collegata al punto precedente c’è la questione della finitezza delle risorse. La suddivisione dei settori funzionava, infatti, in una società – come quella Anglo-americana del Secondo Dopoguerra – in cui i protagonisti non dovevano quasi mai lavorare in contesti di povertà. Basti pensare ai finanziamenti stellari di cui godette, per un congruo periodo, la NASA (cfr. Reinecke, 2021). Ma, in un contesto di imminente crisi per le risorse, aumenta anche il rischio di disperdere le energie. Naturalmente, si può obiettare che, anche se le risorse materiali mancano, la natura intangibile del sapere fa di esso un capitale infinitamente estendibile, inflazionabile e parcellizzabile. Ma ciò è in contrasto con l’appurata efficacia epistemica esercitata dai grandi paradigmi o – per usare le parole di Minello (2022) – dalle grandi narrative: esiste, insomma, una soglia oltre la quale la suddivisione competitiva non costituisce più un optimum e, per risolvere problemi su scala globale, è anche necessario disporre di tessuti ermeneutici globali che solo una vision particolarmente informata e illuminata è capace di fornire.

C’è, poi, quello che Beverungen et al. (2012) ritengono essere un impatto sostanziale del modello inaugurato da Pergamon Press: il consolidarsi di un business model basato su una doppia appropriazione. Il problema, qui, non è la mera mercificazione del sapere, ma il fatto che i profitti siano divenuti eminentemente eccentrici rispetto a chi si occupa di produrre il sapere scientifico. La comunità scientifica lavora, sviluppa contenuti e crea occasioni di prestigio, ma non ne incassa la rendita, che è principalmente assorbita dall’infrastruttura privata che organizza e vende le manifestazioni di quelle stesse fonti di valore.

4.3. Oltre la genealogia: gatekeeping e asimmetrie globali

Le criticità evidenziate nelle due sottosezioni precedenti (§4.1 e §4.2) consentono un’ulteriore precisazione della dimensione del gatekeeping nell’editoria scientifica. In questa prospettiva, il contributo di Serunkuma (2024), sebbene non costituisca un’analisi sistematica del mondo delle pubblicazioni scientifiche, fornisce i parametri per una diagnosi della situazione. Ciò è possibile perché i criteri che enuncia, se adeguatamente tematizzati, possono alimentare un sistema di allerta [warning system] per evitare ulteriori derive nella direzione del neoliberismo editoriale.

  1. La possibilità di un’autentica scienza globale è limitata dal sussistere di uno spazio locale divenuto inglobante. La nozione di globalità delle scienze è capovolta: lo spazio globale non nasce in risposta a un’esigenza di giustizia epistemica globale, bensì come espansione di un centro (il Nord Globale) che, per ragioni storiche, si è generalizzato. A essere etichettato come “globale”, ora, è ciò che interessa la koiné inglobante, non ciò che meriterebbe circolazione per meriti propri. La dinamica di gatekeeping non si esaurisce soltanto in un processo di inclusione o esclusione da uno spazio, ma funge da regolatore coatto di cosa si possa considerare come interesse comune.
  2. I circoli culturali tendono a passare da spazi di condivisione del sapere a spazi di innovazione competitiva. Questo è molto evidente nella storia di Maxwell, che non ne fece mistero con i suoi collaboratori: Pergamon Press inseguì spesso la novità anziché il consolidamento e l’autonomia dei settori scientifici e, anche quando lavorò sugli archivi del passato, lo fece in logica di appropriazione – ad esempio, come ricorda Miranda (2001), traducendo il sapere tedesco e russo in inglese per pareggiare i conti col blocco sovietico e col destituito blocco nazifascista e restituire ampio margine di vantaggio al mondo anglosassone. Nell’inseguire la novità, però, si inseguì anche la frammentazione del sapere. Nel promettere a gruppi sempre più minuti spazi di pubblicazione, si accrebbe il paradosso: mentre il sistema si globalizzava, il sapere si suddivideva in molteplici parrocchie [parochialism], senza però che ciascuna di queste rispondesse a precisi criteri che ne fondassero lo scisma epistemologico. Da questo punto di vista, le realtà editoriali sono divenute incubatori di nuovi club e ambiti di nicchia.
  3. Uno spazio troppo ampio e frammentato per risultare armonico. La vis neoliberista dell’editoria scientifica del Secondo Dopoguerra ha sicuramente favorito un clima anglo-centrico, di elevata competizione e che prometteva una poltrona a chiunque. Tuttavia, questo stesso sistema si basava su presupposti errati, quale l’inesauribilità delle risorse globali. Se, quindi, la sfida sistematica ai paradigmi vigenti costituisce la cifra più visibile dell’innovazione, la sua svalutazione implicita delle pratiche di scienza normale ha un doppio esito: da un lato, una grande dispersione di risorse e, dall’altro, il reiterarsi di innovazione senza trasformatività. Quest’ultima istanza, a sua volta, si concretizza in un panorama di attività scientifiche caratterizzato da interventi ad alta intermittenza ed elevata visibilità (cioè: scienza a spot), più vicini a una logica di start-up che allo sviluppo organico di progetti sostenibili.

In sintesi, l’ormai consolidata tendenza neoliberista nell’editoria scientifica soffre di spazi locali forzosamente globalizzati (a scapito di altri), moltiplicazione delle parrocchie neo-disciplinari – con l’insularità che ne deriva – e innovazione senza trasformazione.

5. La fallace ricerca di un codice sorgente

5.1. La metafisica implicita della bibliometria

Con un passo addizionale (e finale), è possibile andare oltre i limiti storicamente indotti delle evidenze genealogiche (qui presentate come punti di svolta) e dimostrare che esse riflettono non solo un orizzonte epistemologico in senso discorsivo, ma anche ontologico. In altre parole, se gli snodi genealogici sopra evidenziati, unitamente alle loro criticità, giustificano[2], a livello esplicativo, come si sia giunti a questo punto, essi mostrano anche che ci troviamo dinanzi al dispiegamento di una metafisica mascherata da tecnica di misurazione.

Quest’ultima gode di un appeal derivante dai canoni discorsivi di positivismo e neopositivismo. La misurazione e l’indicizzazione promettono neutralità, ostensione del dato emergente da sistemi complessi e protocolli ben definiti per ottenere questo stato di cose [state of affairs]: è l’ideale neutralità della razionalizzazione metrica, la quale, tuttavia, come sostengono Espeland e Stevens (1998), costituisce una forma di esercizio del potere. L’idea di fondo sembra essere che, se si esercita una certa ritualità in modo corretto, se si frequentano i circoli giusti, se si distribuisce attraverso i circuiti privilegiati, se la tracciabilità dei riferimenti del testo è ottimale, allora non otterremo solamente un effetto magnificato di visibilità del contenuto scientifico reso manifesto dal contributo, ma riusciremo addirittura ad attingere alla forma più eccellente della scienza, ossia una dimensione assiologicamente desiderabile – è, in gergo tecnico, l’instaurarsi dei “value-measurement links”, cioè legami strutturali tra valore e numero (Hesselmann & Schendzielorz, 2019). Se questa è la promessa, però, ciò significa che ricadiamo in quella che Labovitz (1972) identificava come una delle “vacche sacre [sacred cows]” della statistica: la pratica fine a sé stessa. Più radicalmente, Clegg et al. (2020) sostengono che parte della scienza consiste, in effetti, nell’adattare tradizioni e comunità scientifiche alle forze istituzionali vigenti in una data epoca. Ne conseguirebbe che gli indici non costituiscono meri indicatori di riferimento, bensì marcatori iniziatici, gesti esoterici e chiavi rituali per transitare da una realtà attingibile a una potenzialmente inattingibile in sé e per sé, cioè il nucleo qualitativo più prezioso della scienza.

5.2. Il germe ontologico dell’indice

Nonostante obiezioni sulle aspirazioni metafisiche di indici come SCI, queste sono evidenti nei resoconti storici sul tema. Perfino nei titoli dei loro scritti, Garfield e Sher (1966) propagandavano l’importanza assiologica del loro indice: “Nuovi strumenti per migliorare e valutare l’efficacia della ricerca”. Ritenevano “scontato” [obvious] che indici come SCI costituissero metodi per il reperimento delle informazioni (Small, 2018) e ritenevano altrettanto scontato il loro uso per prevenire una duplicazione degli sforzi – poiché indici come SCI avrebbero impedito che si lavorasse due volte sulla stessa cosa. Aggiungevano però che l’utilizzo di SCI avrebbe potuto contribuire alla valutazione di “singoli contributi [individual papers]” e di eventuali “fattori di impatto [impact factors]” (Garfield & Sher, 1966): per l’appunto, non ritenevano questi utilizzi impossibili, ma semplicemente meno scontati.

Evidenziare questo tipo di propaganda non può, naturalmente, tradursi in una accusa tout court nei confronti degli individui e dei privati che l’hanno promossa: lo sforzo corroborativo è prevedibile in coloro che promuovono un certo strumento, in quanto costoro intrattengono conflitti d’interesse con la popolarizzazione del metodo, che equivale al successo del loro spin off e, conseguentemente, del loro prestigio presso la comunità di riferimento – unitamente a una dimostrazione del potenziale economico della loro impresa (Bird et al., 1993; Korenman, 1993). Pertanto, in questa sede non si può sostenere che indici come SCI abbiano consolidato un programma metafisico in virtù delle dichiarazioni dei loro ideatori circa la loro efficacia e poliedricità. Detto brutalmente: una rondine non fa primavera. Le loro parole, però, dimostrano come il germe ontologico avesse già un sistema rizomatico pronto a gettare radici in un terreno fertile – da solo, insufficiente a creare massa critica, ma particolarmente florido nel contesto appropriato. Di qui, la prolificità descritta da Merton (1979) nella sua “Prefazione” a un importante volume di Garfield e la cui argomentazione si articola in quattro premesse concatenate:

  1. Il valore della scienza sta nel contribuire;
  2. Il contributo trova la sua conferma nel riconoscimento da parte dei pari;
  3. Il riconoscimento funziona come un sistema premiale [reward system];
  4. Il sistema premiale attribuisce massimo valore alla priorità cronologica del contributo rispetto agli altri;

Merton (1979) aggiunge anche che non era necessario, per l’ideatore di SCI, prendere le mosse da un’attenta analisi del sistema premiale: gli fu sufficiente, invece, costruire un apparato di identificazione delle sue istanze. Ne conclude, poi, che il sistema così descritto intrattiene stretti legami con l’obbligo morale di citare i contributi precedenti dando corretto credito ai precursori, ed evidenzia che l’intero meccanismo premiale sottende a un trattamento (in apparenza) aporetico della proprietà intellettuale: da un lato, essa si nutre del riconoscimento dell’autore, mentre, dall’altro, essa non può tradursi in un segreto a porte chiuse – cioè, chi non diffonde non incassa.

Nella sua disamina, Merton non è ignaro dei rischi connessi a questa innovazione tecnica: ritiene essenziale una maggiore comprensione della “vita citazionale” di ciascun contributo e dell’(ab)uso di SCI come “fondamento principale o [comunque] determinante per valutare la performance nella ricerca e le future potenzialità dei singoli scienziati”, dichiarando che tale applicazione/degenerazione “non fu un imprevisto”, in quanto già anticipata da osservazioni cautelative di Garfield stesso, sia in fase preliminare (cioè agli albori di SCI), sia nel testo del 1979, il quale, in maniera molto matura, ricorda “che il conteggio delle citazioni non può essere ritenuto, in buona coscienza, il criterio di controllo fondamentale nella valutazione della performance individuale” (Merton, 1979, pp. 220–221 corsivo originale, traduzione di chi scrive).

5.3. Topologia fittizia dell’accesso facilitato

Tradotto in termini ontologici, ciò rappresenta il rischio di un percorso ascetico lineare, caratterizzato da canali univoci per l’accesso a una verità ulteriore. A titolo di pura analogia – e senza pretese di ricostruzione storico-dottrinale – si può ricorrere alla metafora vegetale dell’albero sefirotico: una volta rilevata un’ontologia complessa, non si può scambiare il quadro analitico di un fenomeno olistico con un grafo percorribile gnoseologicamente in senso arbitrario e multidirezionale (Weiss, 2024). Se, ad esempio, si ricerca un accesso (gnostico?) alla Corona [Keter], ciò non può avvenire attraverso l’esercizio di una singola facoltà isolata, poiché le dimensioni gerarchicamente subordinate a questo principio agiscono in concomitanza tra loro – e, peraltro, come variabili dipendenti del principio stesso (Chajes, 2019). A livello topologico-funzionale, ciascuno snodo non costituisce una tappa negoziabile e aggirabile di una topografia cittadina, bensì uno stato che si raggiunge quando gli altri elementi cui si lega sono allineati (Chajes, 2020). Fuor di metafora, se sostituiamo alla Corona dell’albero sefirotico il “valore della scienza”, inteso come costrutto al limite dell’ineffabile, si vedrà che esso non può essere colto con uno strumento monocorde, ma solamente in armonia con le ulteriori dimensioni subordinate che il “valore della scienza” emana.

In sostanza, il regime bibliometrico contemporaneo sembra oscillare tra due ontologie rituali. Da un lato, esso riproduce la logica del giudizio di Maat (cfr. §2.2): per accedere alla sfera superiore, è necessario disporre di una dotazione adeguata di conoscenze, tecniche e strumenti, allo scopo di persuadere i guardiani della propria bontà. In questo senso, non si tratta di una selezione che opera sul solo merito, ma sulla disponibilità di un armamentario rituale. Dall’altro lato, invece, c’è la lettura imperfetta dell’ontologia sefirotica: essa è vista come un grafo percorribile a tappe, ciascuna rappresentante una biforcazione negoziabile. Ma anche questa è un’ipersemplificazione di una realtà olisticamente complessa, che riduce la Rete a mappa bidimensionale.

6. Conclusione: la falsa Sorgente

Ciò che la genealogia ha mostrato agire sul piano storico-sociale è ora smascherato sul piano ontologico. Il gatekeeping contemporaneo dell’editoria scientifica non si limita infatti a filtrare l’accesso alla comunicazione, ma pretende di stabilire, attraverso gli apparati che gli sono propri, quale forma del sapere debba figurare come più autentica delle altre e, di conseguenza, più visibile e più degna di riconoscimento. Per prima cosa, il gatekeeping riproduce una logica rituale tipica degli accessi a un club privato ed esclusivo. In seconda battuta, stabilisce per il club un unico ingresso, controllabile e vigilabile – mentre l’essenza di ciò che dichiara di cogliere sta altrove, un po’ come l’anello della terza novella di Boccaccio. Se gli snodi genealogici rappresentati da Maxwell e Garfield gettano luce sulla nascita di un modo di vedere e governare la comunità scientifica, le loro criticità illustrano il limite della promessa che li accompagna: non si dà alcun codice sorgente capace di sostituire la complessità del reale, ma solo apparati ancillari che, dimentichi della propria effettiva portata ontologica, finiscono per usurpare il fine cui avrebbero dovuto prestare servizio.

Il rischio della sopravvalutazione del ruolo assionomico della techné bibliometrica è ben rappresentato nell’universo fantascientifico di The Matrix (Wachowski & Wachowski, 1999). La trama dei due sequel The Matrix Reloaded e The Matrix Revolutions segue una serie di personaggi persuasi che l’accesso a figure di mediazione codificate – come il Fabbricante di Chiavi [Keymaker] – possa condurre a un principio di valore ultimo, cioè la Sorgente [Source]. In realtà, il percorso era già stato preparato in anticipo da una serie di apparati di governo del sistema, i quali non possono governare ogni singola istanza a livello particolare, ma possono ripristinare lo status quo attraverso una serie di trasgressioni controllate (Wachowski & Wachowski, 2003a, 2003b). Anche a livello funzionale, le dimensioni apicali non sono distinte, ma complementari: per salvare la propria realtà locale, percepita come genuina e umana, i protagonisti si persuadono di sfidare l’Architetto su mandato dell’Oracolo, ma in realtà si tratta di due snodi del sistema che, benché autonomi, lavorano in sintonia. In un contesto di bibliometria prevaricante, ciò significa che l’emancipazione non consiste nell’aggiungere “chiavi” (ossia: riviste) al proprio repertorio, bensì nel sottoporre a critica serrata gli apparati strutturali che pilotano il sistema.

Endnotes


  1. Cfr. anche (Matthiae, 1656, p. 815), il quale, però, non parla di sostegno a eruditi e potenti da parte degli uomini di estrazione modesta, bensì del sostegno che gli intellettuali danno ai magnati

  2. Da intendersi comunque come “giustificatezza” e non come “giustificazione” o “scusante”. Per un approfondimento concettuale del termine, cfr. Marconi (2007).

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